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Visualizzazione dei post da gennaio, 2026
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 MASCOLINITA' TOSSICA Tra le espressioni verbali oggi molto in voga in certi circoletti di sinistra un po’ radical, c’è quella di  mascolinità tossica . Sia chiaro: quando uso il termine “radical” lo faccio con le migliori intenzioni. Non detesto né i radical né gli chic; anzi, in fondo vorrei quasi essere uno di loro. Solo che, a conti fatti, sono stato a Capalbio un paio di volte in tutta la mia vita — ormai non più così breve — e confesso che una di queste volte sono pure tornato indietro, dopo aver scoperto che la stazione di Capalbio Scalo distava parecchio dalla spiaggia.   Dicevo, dunque, della mascolinità tossica: un concetto che si può riassumere in una serie di comportamenti regressivi maschili, spesso accompagnati da ostentazione di virilità e atteggiamenti violenti.   Ci pensavo senza sentirmi del tutto estraneo alla questione. Non sono una persona violenta, di solito, ma mi ritrovo spesso circondato da gente che potrebbe tenere corsi universitari sul...
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  COSCIENZA Perché noi abbiamo una coscienza! Lo ha scritto un caro amico in una di quelle chat dove si parla di tutto, dal meteo ai massimi sistemi. E non si riferiva alla coscienza di classe del vecchio Karl Marx, legata a precise appartenenze sociali. No, parlava di una coscienza più ampia, quella che ci permette di restare umani. Quella che ci fa provare almeno sconcerto — non oso dire indignazione, perché i vari movimenti degli “indignati” hanno avuto vita troppo breve e, spesso, discutibile — davanti a ciò che accade nel nostro paese e nel mondo. E allora torna la domanda: che fare? In senso collettivo, certo, ma anche individuale. Cosa può fare ciascuno di noi per impedire che questa deriva reazionaria ci trascini verso esperienze che la maggior parte degli esseri viventi oggi ha conosciuto solo sui libri di scuola? Discutere, arrabbiarsi, partecipare a iniziative pubbliche, rischiare in prima persona, non piegarsi all’indifferenza. Anche se, per molti di noi perfettam...
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 DUE CUORI E DUE CAPANNE di Massimiliano Bruno Alessandra e Valerio si incontrano su un autobus. Una di quelle situazioni apparentemente banali che, però, finiscono per cambiare la vita dei protagonisti. Un urto involontario, due parole scambiate quasi per caso, e subito emergono le loro enormi differenze. Lei è una donna aperta, progressista, orgogliosamente single e impegnata nei movimenti sociali e politici, soprattutto femministi. Lui è un conservatore al limite del bigotto, il classico maschio che aspira all’Alpha: Champions del mercoledì, maglietta dell’Atletico Madrid per andare a correre e un certo compiacimento nel suo ruolo. Nonostante tutto, tra i due scatta la famosa “chimica sessuale”. Cominciano così a frequentarsi esclusivamente per fare sesso, finché due eventi non cambiano radicalmente la direzione della storia. Prima di tutto, Alessandra — insegnante di italiano — viene assegnata proprio alla scuola in cui Valerio è preside. E poi, soprattutto, lei rimane inci...
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CRANS Si chiama Jacques Moretti, è nato in Corsica, ha qualche precedente penale e, soprattutto, è il proprietario del locale La Constellation , aperto in una località svizzera frequentata da chi può permetterselo. Un luogo diventato tristemente noto per i drammatici fatti della notte di Capodanno, quando un incendio ha provocato decine di morti e feriti, per lo più adolescenti. Una tragedia che, più di altre, è stata vissuta nel paese in cui vivo con un’intensità emotiva straordinaria. Senza voler essere inappropriato né stilare classifiche del dolore, è evidente che l’onda emotiva, in questo caso, è stata più forte rispetto ad altri drammi che avvengono dentro e intorno al paese che fu di santi, poeti e navigatori. Penso, ad esempio, alle continue stragi nel Mediterraneo: decine di migranti, spesso giovanissimi, inghiottiti dalle acque senza che, di norma, nessuno versi una lacrima. E capisco bene questa differenza, che nasce da una diversa percezione della tragedia. I ragazzi di...
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VIZI   «C’hai proprio sto brutto vizio!» . Me lo sentivo ripetere spesso, con sfumature diverse d’irritazione, da chi in famiglia aveva il compito – o la presunzione – di raddrizzare i miei modi. Bastava una felpa lasciata sulla sedia, un paio di scarpe abbandonate in corridoio, un oggetto fuori posto per far scattare il richiamo. Violazioni minime, certo, ma sufficienti a incrinare le sacre regole dell’ordine domestico. A ripensarci, però, non erano veri vizi. Solo piccole cattive abitudini, difetti di manutenzione personale che, con un po’ di buona volontà, si sarebbero potuti correggere. I vizi autentici sono un’altra cosa: hanno radici più profonde, si insinuano nella vita quotidiana e, lentamente, la consumano. Sono abitudini fisiche, alimentari, esistenziali che, a lungo andare, presentano il conto. Il tabagismo, l’alcolismo, il cibo sbagliato, il gioco d’azzardo. E poi tutto quel vasto territorio intermedio che non sappiamo bene come chiamare, ma che riconosciamo subito ...
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DAZI E CANCELLI Leggo qualcosa sull’impegnativo Forum di Davos e sulle uscite sguaiate di Donald Trump e, all’improvviso, mi si sblocca un ricordo di tanti anni fa, quando ero ancora un ragazzino innocente.   Per passare dal lungo stradone d’asfalto dove giocavamo interminabili partite di pallone alla via che portava alle scuole elementari e medie – oggi si direbbe “plesso” o “istituto comprensivo” – si poteva tagliare attraverso un cancello sempre aperto e percorrere qualche centinaio di metri tra palazzine popolari che si affacciavano da ogni lato. Si poteva, sì, ma non si faceva. Perché oltre quel cancello, quasi a guardia di chissà quale presidio, stazionava un gruppetto di ragazzini guidati da un tipetto piuttosto prepotente. Con modi spicci ricacciava indietro gli “invasori”, avvertendo che, se ci avesse rivisti passare da quelle parti, ci avrebbe fatto passare una bella  sveja .   Capitò anche a me di imbattermi in quel ragazzino e confesso di non aver avuto il...
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ALBERI Ma sì, oggi me la sono presa più comoda. Ho deciso di prendere il treno successivo a quello solito, venti minuti dopo. Venti minuti: l’unità di misura del famigerato trenino Roma–Lido che, da qualche tempo, si fa chiamare con più ambizione Metromare. Un nome più impegnativo ma anche più rilassante, perché qualcuno potrebbe pensare che, in fondo, sia una linea utile a chi se la spassa e va al mare. A prendere il sole d’estate o a godersi la spiaggia vuota d’inverno.  Il mare d’inverno è solo un film in bianco e nero visto alla TV , me la canticchio e me la suono. Ecco.   Davanti alla nuova stazione sono previsti lavori di potatura degli alberi. Il cartello, un po’ traballante, annuncia che inizieranno proprio questa mattina alle sette, senza degnarsi di indicare la data di fine lavori.  Sine die , direbbero i latini. Speriamo di no.   C’è quindi un piccolo problema di parcheggio, con la conseguenza che la camminata dalla mia sempre modesta automobile al bin...
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METAL DETECTOR Non sopporto i controlli di sicurezza. Probabilmente non sopporto proprio l’idea stessa di “sicurezza”, almeno per come viene declinata nelle politiche di ordine pubblico. Le famose politiche securitarie, insomma.   Quando devo prendere un aereo, però, mi adeguo. Passo al metal detector senza protestare: il timore di finire schiantato per colpa di un ordigno portato a bordo da qualche buontempone supera di gran lunga la mia insofferenza verso qualsiasi forma di controllo.   Così, come dicevo, affronto il rituale del metal detector con olimpica pazienza e cristiana rassegnazione. Tolgo ogni oggetto metallico, cintura compresa, accatasto tutto nel contenitore a forma di canestrello, alzo le mani e attraverso quel piccolo tunnel sperando che il passaggio sia silenzioso e sobrio come quello di Mosè nel Mar Rosso. Perché, se qualcosa suona, scatta il secondo controllo: imbarazzante, con la gente che ti osserva chiedendosi cosa mai tu possa avere addosso. Droga? A...
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 TORINO Che poi, la questione che durante la settimana ho dibattuto maggiormente nei miei surreali dialoghi tra me e me medesimo, in una sorta di delirio narcisistico, non è tanto la preoccupazione che Trump si prenda pure la Groenlandia — che, sia detto per inciso, deve essere pure ‘figa’ — quanto il problema di come andare a Torino. Alla fine, nonostante il lungo corteggiamento da parte di vecchi compagni di battaglia che mi avevano proposto un andirivieni in macchina con im mediato ritorno al termine del match tra il glorioso Torino e la nostra magica Roma (che fa pensare che ho ancora un mercato più che dignitoso), ho scelto la soluzione già sperimentata qualche tempo fa: il treno. Con tutto ciò che comporta, compreso il ritorno su un Intercity notturno, quasi otto ore di viaggio ma con cuccetta. Un intreccio di sensazioni che sanno tanto di calcio antico, di trasferte d’altri tempi, quando si prendeva il treno dopo la partita e quei convogli erano davvero avventurosi: non sa...
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COLTELLI Il coltello è uno strumento da taglio che può essere un semplice utensile o un’arma capace di offendere, anche gravemente. Ne abbiamo tutti in casa, soprattutto in cucina: ci servono per preparare il pranzo e la cena, e per mangiare meglio. Del resto, come mangeresti una bistecca senza coltello? Io, comunque, le bistecche non le amo; al massimo mangio una fettina impanata, la cotoletta alla milanese in una versione un po’ più raffinata. Quando ero molto piccolo, alle scuole medie, mi capitavano avventure piuttosto singolari. Ad esempio, quando un insegnante era assente e non c’era un supplente disponibile, ci dividevano in piccoli gruppi e ci spedivano in altre classi. A me, non so se per sfortuna o per destino, toccava spesso la stessa classe: rumorosa, caotica, quasi un piccolo mondo a parte. Ci sedevamo dove capitava, fingevamo di seguire la lezione e intanto osservavamo l’ambiente. Ricordo bene che, in quelle situazioni, c’era quasi sempre un ragazzino dal viso sveglio...
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 SEPARARSI Separarsi è molto doloroso . Così mi scrive, in poche parole, un amico attraverso il solito programma di messaggeria. Parole scandite, secche, quasi a bruciapelo. Succede nella vita. Succede di perdere qualcuno, semplicemente. Succede – come accennato – di separarsi. Non solo da compagni e compagne, con il seguito di figli e figlie che si vedranno più raramente, con tutto il carico di sofferenze reciproche. Ci si separa anche da amici, congiunti, parenti, affini e collaterali. E talvolta capita di tornare col pensiero a periodi specifici della propria vita. Ti ricordi quel tizio? Uscivamo sempre insieme, sembravamo inseparabili. E invece no. Ci siamo perduti, smarriti. E mi viene in mente quel grande poeta che è Ivano Fossati, con la sua splendida e struggente C’è tempo : smarrire un anello in un prato, e con esso tutto un programma futuro che non abbiamo mai avverato. Così accade, più o meno frequentemente, nella vita. Separarsi , appunto. Non soltanto da pers...
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GRANDE E GROSSO Questa mattina il vagone della metropolitana, linea B, sul quale sono salito era insolitamente poco affollato. Una bella sorpresa. Mi sono seduto in uno di quei posti laterali che permettono anche di appoggiare le braccia. Insomma, pensavo che ogni tanto qualcosa di buono succede davvero, quando alla fermata successiva è salito un tizio grande, grosso e aitante. Per carità, nulla di minaccioso: non aveva neanche quell’aria lombrosiana che ti fa temere il peggio per te e per gli ignari passeggeri intorno. Solo che era, come detto, grande e grosso. Quasi due metri, fisico da corazziere. E allora ho pensato: “E se questo si siede proprio qui, accanto a me, tra tutti i posti liberi?”   Non ricordo dove l’ho letto, ma dev’essere una legge non scritta: quando temi che accada qualcosa di spiacevole, puntualmente succede. Come quando c’è una punizione contro la Roma e pensi: “ Eccallà, mo’ pjamo er gol”.  E infatti lo prendi. Bisogna pensare positivo, insomma — e non...
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 MARANZA E poi ci sono i  maranza . Termine dispregiativo e razzista usato per definire gruppi di giovani provenienti da determinate aree del mondo — soprattutto dal Nord Africa, ma nella categoria finiscono tranquillamente anche bengalesi, sudamericani e chiunque rientri nel cliché del “migrante”. La parola è entrata nel linguaggio comune e ormai la usano anche i politici. Alcuni governanti parlano addirittura della necessità di introdurre norme “anti‑maranza”.   Mi è tornato in mente tutto questo ripensando a una mia recente — e per fortuna breve — esperienza. Viaggiavo su una delle navette che trasportano i tifosi “ospiti” dallo stadio al parcheggio. Situazioni di ordine pubblico dalle quali, in certe circostanze, è difficile sottrarsi.   Eravamo stipati all’inverosimile, con le porte lasciate aperte da qualcuno per fronteggiare eventuali (quanto improbabili) minacce esterne. Nel frattempo, ascoltavo il dialogo tra due tizi di cui non riuscivo nemmeno a distin...
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BOOMER   Non sono un boomer. Per poco, ma non lo sono. Per una manciata d’anni sono riuscito a sfuggire a questa maledetta etichetta. I boomer, per come li vedo io, sono quei signori e quelle signore che hanno superato i sessanta e che spesso manifestano un certo rancore sociale, indirizzato però verso chi sta peggio di loro. Continuano ad andare a votare e lo fanno, in maggioranza, per quei partiti che promettono ordine, sicurezza e, soprattutto, un ritorno ai “bei tempi andati”. I loro, naturalmente: soprattutto gli anni Ottanta, epoca di riflusso e di disimpegno politico e sociale.   Come i boomer, però, capita anche a me di guardare la televisione. Non quella di Stato, di solito, sempre più appiattita su contenuti graditi agli attuali governanti. Ma può succedere di intercettare qualche frammento di trasmissioni su Rai Uno e dintorni, o almeno di venire a conoscenza del contenuto di qualche programma.   Così, ieri, mi sono imbattuto in alcuni spot — con tanto di i...
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 GELATA Stanotte è arrivato il gelo. Me ne sono accorto quando ho trovato sui vetri della mia automobile sottili lastre di ghiaccio, per fortuna già in parte sciolte. È bastato versarci un po’ d’acqua e strofinare con un fazzoletto. Il ghiaccio rimasto si è trasformato lentamente in acqua, un processo che, a guardarlo, dava persino una certa soddisfazione. Così ho iniziato a riflettere sui piccoli fastidi dell’inverno, in quei pochi giorni — almeno dalle nostre parti — in cui il freddo è davvero pungente e le temperature sfiorano lo zero. A zero gradi potrebbe perfino nevicare, e allora la memoria corre a quelle rare volte in cui, nella mia vita, ho visto cadere fiocchi di neve sull’immortale Roma. Probabilmente non nevicherà. Basterà coprirsi bene in questi giorni gelidi, senza lamentarsi troppo. Ci pensavo stamattina, appena uscito dal bar dove avevo preso il mio solito decaffeinato a prova di reflusso gastrico, mentre mi godevo la prima sigaretta della giornata — la miglio...
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TE FACCIO SAPE'    È successo anche ieri: un amico mi proponeva dei biglietti scontati per uno spettacolo teatrale. Era tardi, quasi notte, e io stavo chiudendo la giornata: spegnere la televisione, prendere la bottiglia d’acqua — perché senza acqua, di notte, non so stare. Insomma, tutte le scuse del caso. Non ero certo nelle condizioni mentali ideali per prendere una decisione efficace, concreta e definitiva. Meglio rimandare, senza però illudersi che “la notte porti consiglio”. Consiglio de che? Di andare o non andare a teatro? Ma su, dai. Eppure stamattina ci ho ripensato. Quante volte mi capita di dire a qualcuno “ti faccio sapere”? Che poi è una formula che ricorda i colloqui di lavoro: quando ti dicono “le faremo sapere”, significa no. E lo sa anche il candidato più ingenuo che quel “le faremo sapere” è un rifiuto mascherato, e che deve cercare un’altra strada. Nel mio caso, per fortuna, non ho mai dovuto fare selezioni o colloqui. Il mio “te faccio sapè” nasce piut...
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LIBERO ARBITRIO Torno sul concetto di libero arbitrio. Un aggettivo e un sostantivo che, accostati, hanno appassionato filosofi di ogni epoca e orientamento sociale e politico. Pensatori con visioni del mondo anche radicalmente diverse, eppure tutti attratti da questa coppia di parole. Mi diverte prenderle “sciolte”, senza legarle. Libero : l’aggettivo che dovrebbe esprimere al massimo grado la possibilità di decidere senza condizionamenti esterni. Libero come il cane dell’ Amico fragile di Fabrizio De André; libero come un termine che, purtroppo, viene spesso usato a sproposito. Basti pensare a uno dei peggiori quotidiani in circolazione, un fogliaccio reazionario che non sarebbe neppure buono per incartare le uova (come si faceva un tempo) e che porta in testata proprio quell’aggettivo: Libero . Vorrei essere libero come “un bambino nudo appena nato che, davanti a sé, ha soltanto la natura”, splendide parole di un’altra canzone, stavolta di Gaber. Arbitrio , invece, indica la ...
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TUTTI I NOMI di Josè Saramago Il signor Josè è un modesto impiegato della Conservatoria Generale di una città non specificata. Svolge con scrupolo, giorno dopo giorno, il suo mestiere monotono: raccogliere e registrare dati sui vivi e sui morti, compilando schede che finiscono in un archivio sempre più congestionato. Ha una sola passione, strettamente legata al suo lavoro: collezionare le schede dei personaggi famosi. Un giorno, mentre aggiorna la sua collezione personale, trova per caso la scheda di una donna sconosciuta. È un dettaglio minimo, quasi insignificante, ma per il signor Josè diventa l’inizio di un’inquieta ossessione. Come trascinato in un mistero psicologico senza apparente soluzione, sente il bisogno irresistibile di scoprire chi sia quella donna e di ricostruirne l’esistenza. Da quel momento la sua vita cambia radicalmente. L’impiegato diligente e anonimo si trasforma in un uomo inquieto, pronto a trascurare i propri doveri pur di inseguire tracce e indizi. Si introduc...
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 BERGAMO Bergamo alta e Bergamo bassa . A Bergamo alta, con i suoi scorci medievali e rinascimentali, ci sono stato un paio di volte. Viaggi di piacere, semplici parentesi di turismo e arricchimento personale. Quando invece sono tornato in questa città lombarda, a ridosso delle Alpi Orobie, per motivi esclusivamente calcistici, ho visto solo lo stadio, la stazione e poco più. Con le trasferte ridotte ormai da tempo a esercitazioni di massima sicurezza, poco dopo il casello autostradale si arriva al parcheggio ospiti, piazzato in una zona commerciale. Appena chiusa l’automobile, ti imbarcano sulle famigerate navette: autobus di linea trasformati per l’occasione in mezzi destinati a trasportare tifosi ospiti — più o meno calmi, più o meno esagitati — verso lo stadio. Un quarto d’ora di percorso, scortati da blindati con tanto di sirene, mentre qualcuno del posto osserva la scena dai marciapiedi e, suo malgrado, si becca pure qualche insulto. Poi c’è lo stadio, recentemente ristr...