MASCOLINITA' TOSSICA

Tra le espressioni verbali oggi molto in voga in certi circoletti di sinistra un po’ radical, c’è quella di mascolinità tossica. Sia chiaro: quando uso il termine “radical” lo faccio con le migliori intenzioni. Non detesto né i radical né gli chic; anzi, in fondo vorrei quasi essere uno di loro. Solo che, a conti fatti, sono stato a Capalbio un paio di volte in tutta la mia vita — ormai non più così breve — e confesso che una di queste volte sono pure tornato indietro, dopo aver scoperto che la stazione di Capalbio Scalo distava parecchio dalla spiaggia. 

Dicevo, dunque, della mascolinità tossica: un concetto che si può riassumere in una serie di comportamenti regressivi maschili, spesso accompagnati da ostentazione di virilità e atteggiamenti violenti.

 

Ci pensavo senza sentirmi del tutto estraneo alla questione. Non sono una persona violenta, di solito, ma mi ritrovo spesso circondato da gente che potrebbe tenere corsi universitari sulla mascolinità tossica. Per esempio allo stadio. Domenica scorsa, mentre me ne stavo sul piazzale prima della scalinata che porta alla curva, fumando con calma la sigaretta dopo il caffè, osservavo la fauna circostante. Maschi, quasi solo maschi. Il genere femminile allo stadio — e soprattutto in curva — sembra una specie protetta, senza nemmeno le quote rosa. E quelle poche donne, ragazze o adulte, che frequentano questi ambienti finiscono spesso per imitare i comportamenti aggressivi dei loro amici maschi: una sorta di emancipazione che passa attraverso la riproposizione di ruoli e atteggiamenti tipicamente maschili. 

Guardandomi intorno, non al colle dell’Infinito leopardiano ma al microcosmo della curva, notavo soprattutto questo: un’energia aggressiva che si esprimeva soprattutto a livello verbale. Cori urlati contro gli avversari, sguardi truci lanciati così, a buffo, senza un vero motivo. Racconti di scontri recenti con altre tifoserie: un tizio mi parlava di una rissa avvenuta “lealmente” contro un gruppo più numeroso e meglio armato. Leali de che? 

Poi, una volta dentro la curva, circondato da quelle facce stravolte che esibivano la propria mascolinità tossica al massimo grado, mi sono chiesto: ma io che ci sto a fare qui in mezzo? Subito dopo, però, ho pensato a ciò che scrive Edoardo Albinati ne La scuola cattolica: nascere maschi è una malattia incurabile. E alla fine si vive anche di contraddizioni. A me, per dire, i radical chic stanno pure simpatici. Ogni tanto. Non sempre. E ci mancherebbe pure.

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