ALBERI

Ma sì, oggi me la sono presa più comoda. Ho deciso di prendere il treno successivo a quello solito, venti minuti dopo. Venti minuti: l’unità di misura del famigerato trenino Roma–Lido che, da qualche tempo, si fa chiamare con più ambizione Metromare. Un nome più impegnativo ma anche più rilassante, perché qualcuno potrebbe pensare che, in fondo, sia una linea utile a chi se la spassa e va al mare. A prendere il sole d’estate o a godersi la spiaggia vuota d’inverno. Il mare d’inverno è solo un film in bianco e nero visto alla TV, me la canticchio e me la suono. Ecco.

 

Davanti alla nuova stazione sono previsti lavori di potatura degli alberi. Il cartello, un po’ traballante, annuncia che inizieranno proprio questa mattina alle sette, senza degnarsi di indicare la data di fine lavori. Sine die, direbbero i latini. Speriamo di no. 

C’è quindi un piccolo problema di parcheggio, con la conseguenza che la camminata dalla mia sempre modesta automobile al binario — che non è né triste né solitario, sia chiaro — è stata più lunga del solito. Ma niente di che: qualche centinaio di metri, e poi camminare dicono faccia pure bene alla salute. Mantiene in forma e aiuta la circolazione del sangue. Tiè! E, in fondo, gli alberi vanno potati e tutelati. 

Quando arrivo al binario, affollato come sempre perché da queste parti ci si sveglia presto, aspetto il treno che arriva puntuale dopo una decina di minuti. Trovo la mia posizione e invidio chi è seduto. Di tutte le età: davanti a me c’è perfino un ragazzino che sonnecchia. Mentre cerco di avanzare nella lettura di un libro che sembra interminabile (ma io sono tignoso e non mollo), ascolto tre ragazze che parlano di verifiche e debiti formativi. Una stringe un libro d’inglese. Ho la mania, in questi casi, di indovinare l’indirizzo della scuola che frequentano. Sempre sperando per loro che abbiano scelto un liceo classico piuttosto che un alberghiero. Dipendesse da me, abolirei tutti gli istituti tecnici e professionali e lascerei solo i licei. Ma non faccio il ministro dell’Istruzione (tantomeno del Merito) e posso prevedere con una certa sicurezza che non lo farò mai. Anche se, lo ammetto, mi sento molto migliore di quel brutto ceffo di Lorenzo Valditara. 

Poi, cosa dire? Niente. Il treno è arrivato a destinazione e ho preso la metropolitana. Con uno scatto di reni degno di un velocista, stavolta ho conquistato pure un posto a sedere. E continuo così a leggere questo libro che sembra non finire mai. Ma io sono tignoso, ecco. E scrivo pure quando, alla fin fine, ho poco da dire. 

Alla prossima.

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