DAZI E CANCELLI

Leggo qualcosa sull’impegnativo Forum di Davos e sulle uscite sguaiate di Donald Trump e, all’improvviso, mi si sblocca un ricordo di tanti anni fa, quando ero ancora un ragazzino innocente. 

Per passare dal lungo stradone d’asfalto dove giocavamo interminabili partite di pallone alla via che portava alle scuole elementari e medie – oggi si direbbe “plesso” o “istituto comprensivo” – si poteva tagliare attraverso un cancello sempre aperto e percorrere qualche centinaio di metri tra palazzine popolari che si affacciavano da ogni lato. Si poteva, sì, ma non si faceva. Perché oltre quel cancello, quasi a guardia di chissà quale presidio, stazionava un gruppetto di ragazzini guidati da un tipetto piuttosto prepotente. Con modi spicci ricacciava indietro gli “invasori”, avvertendo che, se ci avesse rivisti passare da quelle parti, ci avrebbe fatto passare una bella sveja.

 

Capitò anche a me di imbattermi in quel ragazzino e confesso di non aver avuto il coraggio di sfidarlo. Come i miei compagni di merende, non battevo ciglio e tornavo indietro scegliendo la strada più lunga. Meglio evitare rischi inutili. 

Ripensandoci, la storia di quel ragazzino impunito e prepotente mi è tornata in mente leggendo dei dazi. I dazi esistevano già negli antichi Stati, ma si affermarono soprattutto nel Medioevo: si pagava per attraversare un confine che, allora, coincideva spesso con il dominio di qualche signorotto locale. Un signorotto che, proprio come quel ragazzino, esercitava il suo potere con una certa dose di arbitrio. 

E così sono, in fondo, molte costruzioni politiche e sociali – compresi gli Stati-nazione – che impongono frontiere, barriere e, di conseguenza, dazi sulle merci. O che impediscono a tanti esseri umani di muoversi liberamente da un territorio all’altro, per quanto lontani possano essere. Se ci pensiamo bene, in tutto questo c’è davvero poco di naturale. E quanto sarebbe bello vivere in un mondo senza barriere. 

Forse lo pensavo già allora, quando quel ragazzino prepotente mi costringeva a fare la strada più lunga. Con la differenza che lui lo faceva per semplice sfizio, senza guadagnarci nulla.

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