BERGAMO
Bergamo alta e Bergamo bassa. A Bergamo alta, con i suoi scorci
medievali e rinascimentali, ci sono stato un paio di volte. Viaggi di piacere,
semplici parentesi di turismo e arricchimento personale. Quando invece sono
tornato in questa città lombarda, a ridosso delle Alpi Orobie, per motivi
esclusivamente calcistici, ho visto solo lo stadio, la stazione e poco più.
Con le trasferte ridotte ormai da tempo a
esercitazioni di massima sicurezza, poco dopo il casello autostradale si arriva
al parcheggio ospiti, piazzato in una zona commerciale. Appena chiusa
l’automobile, ti imbarcano sulle famigerate navette: autobus di linea
trasformati per l’occasione in mezzi destinati a trasportare tifosi ospiti —
più o meno calmi, più o meno esagitati — verso lo stadio. Un quarto d’ora di
percorso, scortati da blindati con tanto di sirene, mentre qualcuno del posto
osserva la scena dai marciapiedi e, suo malgrado, si becca pure qualche
insulto.
Poi c’è lo stadio, recentemente ristrutturato e
ammodernato: un piccolo gioiello, con l’unico torto di essere piuttosto ridotto
rispetto al passato. Il vecchio Comunale di Bergamo, un tempo intitolato
addirittura a un milite fascista, tale Mario Brumana, conteneva anche il doppio
degli spettatori. Ma nel carrozzone del calcio moderno si preferiscono impianti
più piccoli e sempre pieni, soprattutto più facili da gestire.
A Bergamo, a gennaio, fa freddo. Ora come allora. È
quel freddo umido che si appiccica alla pelle e costringe a vestizioni
impegnative: termiche, calzamaglia, strati su strati che rendono complicato
perfino espletare i bisogni fisiologici.
Per il resto, l’esito della partita è stato l’ennesima
delusione, come accade ormai da qualche anno. E alla fine mi è tornata in mente
una piccola nota statistica: negli ultimi quattro anni, nell’ostile Bergamo, abbiamo
sempre perso, con allenatori diversi. Stavolta c’era Giampiero Gasperini che,
da queste parti, ha fatto la storia del club ed è stato accolto con striscioni
prima piccati, poi inevitabilmente riconoscenti. Ma a noi, francamente,
importava poco.
Ci interessava piuttosto l’amarezza per un’altra
sconfitta che ci allontana dai quartieri più nobili della classifica. Anche se
il viaggio, nel complesso, è stato piacevole: una sosta notturna a Piacenza —
altra città carina ma dal clima impossibile — e un ritorno la domenica mattina,
rinfrancati almeno dalla sconfitta della Lazio, che resta distante nove punti.
E non è un dettaglio.
Alla prossima trasferta.

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