VIZI

 «C’hai proprio sto brutto vizio!». Me lo sentivo ripetere spesso, con sfumature diverse d’irritazione, da chi in famiglia aveva il compito – o la presunzione – di raddrizzare i miei modi. Bastava una felpa lasciata sulla sedia, un paio di scarpe abbandonate in corridoio, un oggetto fuori posto per far scattare il richiamo. Violazioni minime, certo, ma sufficienti a incrinare le sacre regole dell’ordine domestico.

A ripensarci, però, non erano veri vizi. Solo piccole cattive abitudini, difetti di manutenzione personale che, con un po’ di buona volontà, si sarebbero potuti correggere. I vizi autentici sono un’altra cosa: hanno radici più profonde, si insinuano nella vita quotidiana e, lentamente, la consumano. Sono abitudini fisiche, alimentari, esistenziali che, a lungo andare, presentano il conto.

Il tabagismo, l’alcolismo, il cibo sbagliato, il gioco d’azzardo. E poi tutto quel vasto territorio intermedio che non sappiamo bene come chiamare, ma che riconosciamo subito quando ci riguarda.

Di solito li si contrappone alle virtù, come se il mondo fosse diviso in due colonne nette: da una parte ciò che fa bene, dall’altra ciò che fa male. Ma la faccenda è più complicata. Le virtù, per cominciare, sono spesso soggettive: ciò che per qualcuno è disciplina, per un altro è rigidità; ciò che per uno è moderazione, per un altro è rinuncia. E poi, diciamolo, chi può davvero vantare una condotta sempre virtuosa?

Quanto ai vizi, io me ne concedo qualcuno. Quasi inevitabilmente. Le sigarette – sperando che restino poche ma buone –, una birra con la pizza, un paio di calici durante un pranzo che merita. E due giocate settimanali sulle scommesse sportive, giusto per alimentare un briciolo di adrenalina, mentre continuo a guardare con sospetto gratta e vinci e affini.

I vizi fanno male, è vero. Ma aiutano anche a vivere meglio, o almeno a vivere con un po’ più di gusto. Che sarebbe una mattina di sole – o di pioggia, perché certe abitudini non temono il meteo – senza la sigaretta dopo il caffè al bar? E una pizza senza birra sarebbe una festa senza musica.

Col tempo, però, il corpo presenta il conto. Le sbronze giovanili che un tempo si smaltivano in poche ore oggi richiederebbero giorni di recupero. E allora si impara a dosare, a scegliere, a rinunciare quando serve. Non per virtù, ma per sopravvivenza.

E poi c’è il vizio più grande: il vizio della vita. Per quante amarezze possa riservare, resta un’abitudine alla quale mi aggrappo con ostinazione. Con l’illusione – o la speranza – di conservarla ancora a lungo, senza pretendere l’immortalità. Quella sì che sarebbe un vizio enorme, e probabilmente il più brutto di tutti. Peggio persino di quelli che mi rimproveravano ai tempi della beata gioventù.

Alla prossima.

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