MARANZA

E poi ci sono i maranza. Termine dispregiativo e razzista usato per definire gruppi di giovani provenienti da determinate aree del mondo — soprattutto dal Nord Africa, ma nella categoria finiscono tranquillamente anche bengalesi, sudamericani e chiunque rientri nel cliché del “migrante”. La parola è entrata nel linguaggio comune e ormai la usano anche i politici. Alcuni governanti parlano addirittura della necessità di introdurre norme “anti‑maranza”. 

Mi è tornato in mente tutto questo ripensando a una mia recente — e per fortuna breve — esperienza. Viaggiavo su una delle navette che trasportano i tifosi “ospiti” dallo stadio al parcheggio. Situazioni di ordine pubblico dalle quali, in certe circostanze, è difficile sottrarsi. 

Eravamo stipati all’inverosimile, con le porte lasciate aperte da qualcuno per fronteggiare eventuali (quanto improbabili) minacce esterne. Nel frattempo, ascoltavo il dialogo tra due tizi di cui non riuscivo nemmeno a distinguere la sagoma. 

Uno raccontava di essere stato in Piazza Duomo a Milano e di aver trovato, con suo grande sgomento, “manipoli di maranza”. “Fanno come je pare, e dovessi vedè come guardano le donne!”, sbraitava. Ovviamente, nella sua testa, le donne erano “le nostre”, come se fossero un patrimonio etnico da difendere. 

L’altro annuiva, condividendo indignazione e allarme, e rilanciava: “Non se ne può più, bisognerebbe colpirli pure a casaccio, perché de quelli nun se salva nessuno”. Poi aggiungeva che “loro so’ protetti, mentre se noi famo qualcosa ce danno dieci anni”. 

Intanto la navetta si avvicinava al parcheggio e io chiedevo al mio compagno di sventura quanto mancasse alla fine di quella tortura psicologica. 

Perché ormai queste situazioni, sempre più frequenti nei luoghi pubblici, me le vivo proprio male. E continuo a chiedermi come abbiamo fatto, come società nel senso più ampio possibile, ad abbrutirci così. A convincerci che il problema, in una quotidianità segnata da precarietà e insicurezza, siano questi benedetti “maranza”. Che guardano le nostre donne e si vestono pure male. 

Per fortuna il viaggio era breve. Alla prossima.

 

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