COSCIENZA

Perché noi abbiamo una coscienza! Lo ha scritto un caro amico in una di quelle chat dove si parla di tutto, dal meteo ai massimi sistemi. E non si riferiva alla coscienza di classe del vecchio Karl Marx, legata a precise appartenenze sociali. No, parlava di una coscienza più ampia, quella che ci permette di restare umani. Quella che ci fa provare almeno sconcerto — non oso dire indignazione, perché i vari movimenti degli “indignati” hanno avuto vita troppo breve e, spesso, discutibile — davanti a ciò che accade nel nostro paese e nel mondo.

E allora torna la domanda: che fare? In senso collettivo, certo, ma anche individuale. Cosa può fare ciascuno di noi per impedire che questa deriva reazionaria ci trascini verso esperienze che la maggior parte degli esseri viventi oggi ha conosciuto solo sui libri di scuola?

Discutere, arrabbiarsi, partecipare a iniziative pubbliche, rischiare in prima persona, non piegarsi all’indifferenza. Anche se, per molti di noi perfettamente integrati in questa società — con uno stipendio dignitoso, un tetto sulla testa e magari pure il vezzo di qualche vacanza — in fondo, anche la situazione più distopica cambierebbe poco le nostre condizioni materiali quotidiane.

Eppure, almeno per quanto mi riguarda, sento dentro un fuoco che mi spinge quantomeno ad arrabbiarmi. Per dirla con il Che, ad arrabbiarmi per qualsiasi ingiustizia perpetrata in ogni parte del mondo. Senza però potermi definire un rivoluzionario. Forse è proprio questo il nodo: in questi tempi bui, chi conserva ancora un minimo di coscienza civile e sociale vive in una sorta di sospensione, tra il desiderio di reagire e la consapevolezza dei propri limiti.

Alla prossima.

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