CRANS

Si chiama Jacques Moretti, è nato in Corsica, ha qualche precedente penale e, soprattutto, è il proprietario del locale La Constellation, aperto in una località svizzera frequentata da chi può permetterselo. Un luogo diventato tristemente noto per i drammatici fatti della notte di Capodanno, quando un incendio ha provocato decine di morti e feriti, per lo più adolescenti.

Una tragedia che, più di altre, è stata vissuta nel paese in cui vivo con un’intensità emotiva straordinaria. Senza voler essere inappropriato né stilare classifiche del dolore, è evidente che l’onda emotiva, in questo caso, è stata più forte rispetto ad altri drammi che avvengono dentro e intorno al paese che fu di santi, poeti e navigatori. Penso, ad esempio, alle continue stragi nel Mediterraneo: decine di migranti, spesso giovanissimi, inghiottiti dalle acque senza che, di norma, nessuno versi una lacrima.

E capisco bene questa differenza, che nasce da una diversa percezione della tragedia. I ragazzi di Crans Montana potevano essere nostri figli, nipoti, fratelli o amici; con loro condividiamo molte cose, a partire dal colore della pelle. Quei disperati che affrontano il mare su barconi di fortuna per cercare una vita migliore nell’opulento Occidente, invece, rappresentano un destino che a noi sembra impossibile.

Ora, il vituperato Moretti — il tizio con un cognome che ricorda una celebre birra — è stato rilasciato in attesa di processo dalle autorità svizzere. Ha pagato una cauzione consistente e dovrà rispettare una serie di misure cautelari. È quanto previsto in qualsiasi stato di diritto: un imputato, finché non è condannato in via definitiva, si presume innocente e non può subire limitazioni della libertà personale se non in presenza di condizioni specifiche, come il pericolo di fuga o il rischio di reiterazione del reato. Una nozione da studenti, non dico del primo anno di giurisprudenza, ma addirittura del primo anno di un istituto tecnico dove si studia diritto. Evidentemente, però, non è materia per chi governa questo malandato paese.

La premier Meloni ha subito espresso il suo sdegno, dichiarando che chiederà spiegazioni alle autorità svizzere. Qualcuno attende già una dichiarazione di guerra, magari con il sostegno dell’amico Trump. Non da meno i due vicepresidenti del Consiglio, che hanno urlato all’unisono “vergogna!”.

Vergogna de che? I magistrati svizzeri hanno fatto esattamente ciò che prevede uno stato di diritto, dove non si finisce in carcere — salvo casi eccezionali — prima della conclusione del processo. Ma l’occasione per questi sciacalletti al governo di mettersi in mostra era troppo ghiotta. In fondo, chi non sarebbe tentato, di fronte a una tragedia come quella di Crans Montana, di desiderare Moretti dietro le sbarre, magari con le chiavi buttate via? Anche senza un giusto processo.

Perché questa, purtroppo, è la cultura giuridica di chi governa il paese e del manipolo di analfabeti che li segue. Alla prossima.

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