TORINO
Che poi, la questione che durante la settimana ho
dibattuto maggiormente nei miei surreali dialoghi tra me e me medesimo, in una
sorta di delirio narcisistico, non è tanto la preoccupazione che Trump si
prenda pure la Groenlandia — che, sia detto per inciso, deve essere pure ‘figa’
— quanto il problema di come andare a Torino.
Alla fine, nonostante il lungo corteggiamento da parte di vecchi compagni di battaglia che mi avevano proposto un andirivieni in macchina con im
mediato ritorno al termine del match tra il glorioso Torino e la nostra magica Roma (che fa pensare che ho ancora un mercato più che dignitoso), ho scelto la soluzione già sperimentata qualche tempo fa: il treno. Con tutto ciò che comporta, compreso il ritorno su un Intercity notturno, quasi otto ore di viaggio ma con cuccetta. Un intreccio di sensazioni che sanno tanto di calcio antico, di trasferte d’altri tempi, quando si prendeva il treno dopo la partita e quei convogli erano davvero avventurosi: non sapevi mai chi avresti trovato dentro. O forse lo sapevi, o te lo immaginavi, ma facevi comunque di necessità virtù.
Tornando al punto centrale di questa stanca
disquisizione: viaggio d’andata con un comodo Italo del mattino. Puntuale e
senza sbavature, una notizia di per sé in questi tempi, con Salvini al
ministero dei trasporti.
A Torino pioviccica, ma senza esagerare. È umido,
certo, ma considerando luogo e mese — gennaio, pieno inverno — non ci si può
lamentare troppo del freddo. Nell’attesa dell’arrivo di altri lupi al seguito,
con treni successivi, me ne vado a mangiare da solo vicino alla stazione e,
contrariamente al famoso detto popolare, lo faccio senza strozzarmi. Anzi, mi
concedo pure il lusso di un dolcetto finale, tanto per ribadire che quando c’è
la Roma di mezzo non si bada a spese. O quasi.
Poi c’è la partita contro questo Toro che quest’anno
sembra proprio maledetto, avendoci già battuto due volte: prima in campionato,
poi in Coppa Italia. Soprattutto la seconda, fresca sconfitta ha lasciato
qualche ferita, perché io alla Coppa Italia ci tengo e sto sempre ad aspettare
la famosa decima. Che aspetta aspetta, sembra non arrivare mai.
Si gioca allo stadio Grande Torino che, poi, è il
vecchio Comunale riadattato ai tempi e alla bisogna. Più caruccio, ordinato e
pettinato, ma con una capienza ridotta alla metà rispetto ai tempi del Toro di
Radice e dei gemelli del gol Pulici e Graziani.
La Roma gioca bene e vince in scioltezza, regalandoci
un ritorno da felici e contenti nonostante la fatica del lungo viaggio. Ritorno
che avviene puntualmente prima delle sei del mattino, nella mitica stazione
Ostiense, inaugurata a suo tempo in occasione del funesto incontro tra Hitler e
Mussolini. E comunque il rientro a casa è rapido e indolore, con la
consapevolezza di una buona classifica e, soprattutto, per quanto mi riguarda,
di aver rimesso la Lazio a quattordici punti. Che, per conto mio, sono pure
pochi.
Alla prossima.

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