ULTIMA SPIAGGIA (periodico)
Vado al mare. No, meglio dire: vado in spiaggia. Al
mare ci sto al massimo pochi minuti, il tempo di un bagno refrigerante, una
bella sciacquata, come si direbbe dalle mie parti, per cancellare per qualche
minuto l’appiccicume sulla pelle causato dall’umidità dei mesi e delle stagioni
del cambiamento climatico.
Vado in spiaggia, quindi. Spiaggia libera attrezzata
o, addirittura, stabilimento con tanto di ingresso lungo un vialetto dove tutto
è discretamente controllato. In entrambi i casi affitto un lettino: non
sopporto lo “scomodo” dell’asciugamano gettato direttamente sulla sabbia. E non
è questione di età, mi si creda sulla fiducia. Non lo sopportavo neanche quando
ero giovane. Come gli eroi de La locomotiva di Guccini: gli eroi son
tutti giovani e belli. Giovane lo sono stato — inevitabile quanto elementare,
Watson — bello non saprei; meglio lasciare ad altri il giudizio estetico,
sperando che siano onesti e non troppo severi.
Quando affitto il lettino, qualcuno mi rilascia un
bigliettino: a volte stampato da una specie di computer, altre volte scritto a
mano, per non lasciare traccia. Quest’ultima modalità si verifica nei posti
dove, ormai, sono diventato un habitué. I gestori mi conoscono talmente bene da
intuire che non sono un maresciallo della Guardia di Finanza (giammai!) e,
fedele al verbo della strada — pur senza vantarmi sui social di aver
frequentato l’università della strada — non li denuncerei mai. Anche se mi
irrita che chi d’estate fa soldi a palate evada pure il fisco, contribuendo,
per tacer d’altro, ad allungare le liste d’attesa per le visite mediche.
Il mio malumore cresce quando, con il mio bigliettino
scritto su un pezzo di carta — come un tempo annotavamo il numero di telefono di
un nuovo amico o conoscente (“così ti richiamo, eh”) — mi avvicino al
cosiddetto bagnino di terra per espletare le pratiche e iniziare la mia
giornata di spiaggia, con piccole parentesi di mare.
I bagnini di terra li vedi correre lungo la spiaggia a
sistemare lettini e ombrelloni per clienti più o meno stronzi o educati. Io mi
fregio di appartenere alla seconda categoria; ci mancherebbe. Ho un sacro
rispetto per chi lavora, soprattutto per chi svolge lavori faticosi e umili.
Nel mio stabilimento preferito i bagnini di terra sono
tutti ragazzi che sembrano appena usciti da un esame di maturità. O forse
devono ancora sostenerlo. Facce slavate, nessun segno sul viso o sul corpo,
giusto qualche tatuaggio per i più audaci. Quando sono in pausa li trovi seduti
su piccoli sgabelli a parlare, ridere, scherzare: a quell’età, forse, si ride e
si scherza anche nelle situazioni più disagiate. Per esempio quando si viene
sfruttati in quel modo. Pochi soldi per portare tutto il giorno lettini e
ombrelloni a clienti spesso scostumati, convinti di avere qualsiasi diritto
solo perché hanno pagato ingresso, lettino, ombrellone e magari anche cabina.
Pensano che tutto gli spetti e s’incazzano se il ragazzo piazza il lettino
troppo distante dal bagnasciuga o troppo vicino ad altri bagnanti. Senza
pensare alle fatiche di questi poveracci, al loro misero salario, alla faccia
truce di uno dei gestori, il più vecchio, che li tratta quasi come fossero
schiavi.
A me tutto questo fa un po' schifo. Tolgo pure il “po’”.
Eppure quei ragazzi sembrano comunque felici e contenti. Chissà perché. Ma come
diceva quella canzone: gli eroi son tutti giovani e belli. Anche quando montano
ombrelloni.
Già. E alla prossima spiaggia.

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