SCENDE ALLA PROSSIMA? (discorsi da autobus)

Ho visto un treno passare. Questa mattina, alla stazione di Eur Magliana (e dove sennò?), mentre scendevo sulla scala mobile. Stavo sulla destra, come prevedono le regole e il buon senso: bisogna lasciare spazio a quelli che vanno di corsa e si piazzano a sinistra. Sai quante discussioni ho sentito sulle scale mobili tra quelli — sempre tutti di sinistra, guarda caso — che vogliono starsene fermi a farsi trascinare fino all’ultimo scalino, e gli altri che invece vanno di fretta, di prescia avrebbe detto pora nonna. Arrivano a palla dietro il tizio immobile e lo invitano a muoversi, ché chi si ferma è perduto. O quasi. 

Poi, si sa, a sinistra si litiga da sempre: dai tempi del congresso di Livorno del 1921, o forse anche da prima, quando si passò dalla Prima alla Seconda Internazionale. Ma queste sono quisquilie, pinzillacchere, avrebbe detto Totò. 

E però questa storia del treno che passa odora tanto di metafora. I treni della vita che non abbiamo preso: perché siamo arrivati tardi, o perché ci siamo attardati noi. Che fare — anzi, detto alla romana, che famo? Lo pijamo ‘sto treno o aspettiamo er prossimo? Tanto chi ci corre dietro. E intanto la vita scappa via. 

Solo che questa storia dei treni persi spesso suona come un’autocelebrazione: come a dire “avevo talento, ma mi sono lasciato andare”, “potevo fare di più, ma mi sono accontentato”. Io, invece, sono convinto che nella stragrande maggioranza dei casi sia fuffa. Se abbiamo fatto certi percorsi — interessanti o noiosi, stimolanti o melensi — è perché ce li meritavamo. Li abbiamo scelti, almeno un po’. E il treno che è passato, aho, lo potevamo pure prendere: bastava uno scatto in più, o una parolaccia al tizio fermo a sinistra sulla scala mobile. E se ci rispondeva male? Ci litigavamo. Il treno l’avremmo perso comunque, ma vuoi mettere? Una bella rissa verbale, o magari fisica, con qualcuno che interviene a dividerci. Le grandi emozioni della vita, ecco. La metafora del conflitto. O forse solo un’esagerazione. 

Comunque, stamattina il treno successivo è arrivato dopo quattro minuti. Poteva andare peggio. E a differenza di quei treni metaforici che ho lasciato andare nella vita, stavolta non ho rimpianti. Nemmeno uno, ecco. Come il suonatore Jones di Spoon River. Alla prossima corsa.

 

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