ULTIMA SPIAGGIA (periodico)
Sulla spiaggia il carretto avanzava lentamente.
Nessuno gridava “gelati!”, come nella strofa ormai classica di quella canzone
che tutti ricordano. A guidarlo c’erano tre persone: un uomo adulto, giovane ma
già con l’aria di chi lavora da anni, e due ragazzi. Forse figli, forse nipoti;
difficile dirlo, e non ho mai avuto grande talento nel riconoscere le
somiglianze familiari.
Al posto del richiamo tradizionale, arrivava un brano da discoteca, sparato a volume alto. Un contrasto netto con il contesto: il mare, il vento, la gente distesa sui teli. Io ero i
mmerso nella lettura, approfittando di un venticello piacevole che attenuava il caldo di queste giornate. Eppure, nonostante il sollievo, la musica mi irritava. Mi chiedevo quale fosse il bisogno di tanto rumore. Mi tornavano in mente le vecchie scene di quando, da ragazzini, giocavamo a pallone sotto la finestra di qualcuno che aveva appena finito un turno di notte. “Aho, che è tutta ‘sta caciara”, ci diceva. Altri tempi.
I tre uomini, in polo bianca d’ordinanza, preparavano grattachecche: ghiaccio tritato con
sciroppi di vari gusti. Una bevanda semplice, rinfrescante, molto amata dai
bambini e anche da qualche adulto che non si sente fuori luogo nel
concedersela. Il carretto attirava un flusso continuo di persone. Io, invece,
ho richiuso il libro, aspettando un momento più tranquillo. Ho osservato la
scena: il via vai, le richieste, la musica che non accennava a diminuire.
Pensavo anche a come siano cambiati i tempi. Un tempo
si diceva, sempre da celeberrima canzone, che i soldi finivano al ventuno del mese; oggi
le date di pagamento sono diverse, e forse anche le abitudini di spesa. Ma
certe figure restano: questi artigiani del freddo, i grattacheccari, più o meno rumorosi, più o meno discreti, ma
sempre presenti nelle estati di chi vive il mare.
La grattachecca, comunque, resta buona. Io la
preferisco al limone: la menta è troppo invadente. Alla prossima spiaggia.

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