LA ROMA E' UNA COSA SERIA (settinamale)
Qualcuno — spesso, troppo spesso — paragona la prima
di campionato, in casa, al primo giorno di scuola dei tempi che furono. Io non
sono proprio d’accordo, se non altro perché le scuole, quando ci andavo io e
anche adesso, cominciavano (e cominciano) a settembre inoltrato, mentre le
rassegne calcistiche, ormai, con tutte le partite che fanno giocare e vedere
(troppe), iniziano già dopo Ferragosto.
E quindi la prima di campionato è accompagnata,
inevitabilmente e inesorabilmente, da un caldo umido e appiccicoso. Lo stadio
Olimpico e le zone limitrofe sembrano una succursale di Bombay o Calcutta, con
l’appendice fastidiosa delle zanzare che mordicchiano polpacci e tibie lasciati
inevitabilmente scoperti dal look estivo, pratico e sbarazzino. Insomma: col
calzoncino.
Arrivo allo stadio con congruo anticipo: quando gioca
la Roma c’è sempre il pienone, ribattezzato con idioma anglosassone “sold out”,
e bisogna anticipare la concorrenza per parcheggiare senza il rischio di
vedersi sollevare la macchina da qualche (comunque improbabile) carro attrezzi.
Trovo già un discreto flusso di tifosi. Mi soffermo su impegnative analisi
sociologiche e antropologiche: quasi tutti esibiscono un’abbronzatura stile
tizzone, t‑shirt varie e variegate. Alcuni, come il sottoscritto, si limitano
ai simboli e ai colori sociali; altri (ahimè) sfoggiano t‑shirt nere con
scritte che dovrebbero chiarire, senza indugio, la loro appartenenza politica e
identitaria. Manifesto il solito sgomento, ma cerco di andare oltre, fedele al
monito del “resettare tutto” quando si va allo stadio. Senza però ignorare la
questione: qualcosa bisognerebbe pur farla, non si può restare indifferenti
davanti a cotanto schifo esibito.
Mi avvicino alla partita con un sottile rodimento di
culo — peggiore perfino del “sottile dispiacere” di Battisti e Mogol — causato
dall’insospettabile vittoria della Lazio, impegnata nel tardo pomeriggio sul
campo del Bologna. Se prima toccava comunque vincere, ora, dopo l’increscioso
accaduto in terra felsinea, l’imperativo è categorico, come insegnava il
vecchio Kant.
Di fronte abbiamo la Fiorentina, reduce da un mercato
che qualcuno definirebbe sontuoso, decisa a riscattare l’ultima e infausta
stagione. Uno dei peggiori avversari che potessero capitarci. Ma bastano pochi
minuti per capire che la Roma, stasera, ci sta con tutti i sentimenti:
giocatori assatanati che mordono le caviglie degli avversari, tocchi di classe
senza scomodare i colpi di testa “da fa’ incantà” della vecchia e cara canzona
di Testaccio.
Alla fine è una specie di trionfo: vittoria comoda e
uscita anticipata dallo stadio a risultato ampiamente acquisito (non
bisognerebbe farlo, ma ogni tanto ci sta). Ritorno a casa ascoltando per radio
i commenti del dopo partita, impaziente di guardare gli highlights ma,
soprattutto, di farmi una doccia refrigerante. Perché il primo giorno di
scuola, aho, mica faceva così caldo. E non solo perché ci andavo prima, ma
molto prima del global warming.
E sempre daje Roma daje.

Commenti
Posta un commento