LA ROMA E' UNA COSA SERIA (periodico)

Il campionato è alle porte, il mercato dei trasferimenti dei calciatori impazza, i turni iniziali di Coppa Italia ci hanno già regalato le prime sorprese e, diciamolo, la prima gioia della stagione: l’eliminazione della Lazio ad opera del mitico Mantova.

Eppure, nei giorni scorsi, con il lancio della campagna abbonamenti dell’AS Roma per le gare europee e nazionali, si è ripresentato l’annoso problema del “caro biglietti”. Una questione sulla quale ho un punto di vista non proprio allineato alla vulgata comune; del resto me ne fregio — me ne fregio come il grande Ettore Petrolini — di non sfoggiare quell’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto. E, tie, baccati la citazione.


C’è qualcosa di curioso nell’indignazione che esplode ogni volta che aumentano i prezzi dei biglietti o che vengono limitate le trasferte ai tifosi. Una rabbia improvvisa, selettiva, che si accende solo quando il sistema tocca certe passioni condivise. Eppure lo stesso sistema — con le sue logiche di mercato, le sue restrizioni, la sua idea di sicurezza come controllo sociale — molti lo accettano senza battere ciglio in quasi tutti gli altri ambiti della loro quotidianità.

È come se guardassero il dito e non la luna. Si scandalizzano per il costo di un abbonamento, dimenticando che il calcio è sempre stato un’industria del divertimento, non un’oasi popolare immune dalle logiche del profitto. Da decenni si discute dei prezzi: pensando alle cose romaniste, dai tempi di Viola, come dimenticare quell’irriguardoso coretto in rima baciata “Viola Dino bagarino”, per non citare le polemiche sugli abbonamenti lievitati dopo lo scudetto del 2001. Ogni epoca ha avuto il suo “caro biglietti”, ogni generazione la sua indignazione. E, tuttavia, ogni volta, se migliaia di tifosi non rinnovano, altre migliaia sono pronte a prendere il loro posto. È la legge della domanda e dell’offerta: quella che si difende quando non ci tocca e si contesta quando ci riguarda da vicino.

Stesso discorso per le trasferte vietate: quanta indignazione quando viene precluso il viaggio al Meazza o al Bentegodi, uguale e simmetrica alla rassegnazione di fronte ai continui provvedimenti securitari ben più invasivi che, però, colpiscono altre categorie e soggettività. È una coerenza a geometria variabile, un egoismo civico che si manifesta solo quando il problema entra nel nostro perimetro emotivo.

In questo quadro, fa sorridere la retorica di certi scrittori e giornalisti romanisti che rivendicano una presunta “diversità” del tifo giallorosso, come se fosse immune dalle dinamiche del mercato o dalle contraddizioni della società. È un’illusione identitaria, una narrazione consolatoria che non regge alla prova dei fatti: il tifoso romanista reagisce come reagiscono tutti, con le stesse indignazioni selettive, le stesse tolleranze, le stesse contraddizioni. Non c’è alcuna eccezione antropologica, solo una storia che ci piace raccontarci.

Forse bisognerebbe avere il coraggio di bloccare tutto, di fermare davvero la macchina, invece di lamentarsi solo quando il sistema ci sottrae qualcosa che consideriamo nostro. In altri Paesi, alcune tifoserie lo hanno fatto: proteste coordinate, boicottaggi, campagne contro le degenerazioni del calcio‑business, contro la trasformazione del tifoso in cliente, contro la mercificazione totale del gioco. È la loro idea di calcio popolare: non un mito nostalgico, ma una pratica collettiva di resistenza.

Perché il punto è questo: il calcio non è solo dentro il sistema, è accettazione del sistema. È intrattenimento, consumo, mercato, sicurezza, spettacolo. E quello che riflette, spesso, è la nostra incapacità di mettere in discussione il sistema nel suo complesso. Continuiamo a protestare solo quando ci toglie qualcosa che consideriamo nostro. Ma finché guardiamo solo il dito, la luna continuerà a sfuggirci.

Nonostante ciò, sono pronto a ricominciare la nuova stagione. Malgrado il costo di biglietti e abbonamenti e la consapevolezza di tutto lo schifo che gira intorno al mondo del calcio. Perché, come dice “er Cicca”, compagno e tifoso di lungo corso, quando si decide di seguire la Roma, tocca resettare tutto. E riflettere il meno possibile.  E sempre forza Roma.

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