LA ROMA E' UNA COSA SERIA (periodico)
 

Manca ormai poco alla ripresa del campionato, una decina di giorni o giù di lì. Nel frattempo, c’è il calcio mercato: giocatori che vanno, che vengono, che si annunciano e si smentiscono nel giro di un pomeriggio. Ieri, all’aeroporto di Fiumicino – intitolato all’immenso Leonardo Da Vinci – è arrivato il terzino argentino Nahuel Molina, appena acquistato dalla Roma. Ho guardato alcuni video e, con enorme sorpresa, ho visto che è stato accolto da centinaia di tifosi festanti, cori di giubilo, sciarpe consegnate come fossero medaglie. E mi sono subito domandato: ma questi stavano lì per altri motivi, oppure ci sono andati apposta? Perché la seconda opzione, lo ammetto, mi darebbe da pensare.
 
Quasi cinquant’anni fa, nello stesso giorno di una vita fa, sempre a Fiumicino – allora molto più piccolo – arrivava un giocatore destinato non solo a fare, ma a cambiare la storia della Roma. Mi riferisco a Paulo Roberto Falcao, il Divino, che sbarcò sul suolo italiano il 10 agosto 1980. Erano giorni caldi, difficili, controversi. E nello scalo romano c’erano migliaia di persone ad accoglierlo: il primo straniero a vestire la maglia giallorossa dopo la cosiddetta “riapertura delle frontiere”, che inaugurava un decennio calcistico destinato a lasciare il segno.
 
Io seguivo già le vicende romaniste con zelo e assiduità, e ricordo bene tutto. In realtà Falcao fu accolto con un pizzico di scetticismo: si conosceva poco, e poi quell’estate i tifosi sognavano un altro brasiliano, ben più noto. Zico. Sembrava fatta: i giornali davano per scontato l’arrivo del numero dieci della Seleção, erede di Pelé e Rivelino. E invece la trattativa con il Flamengo saltò, facendo sprofondare noi romanisti nella più cupa depressione. Così i dirigenti della Magica ripiegarono su un altro brasiliano, meno celebre e soprattutto diverso per ruolo.
 
Falcao arrivò a Fiumicino con la sua lunga chioma, fu ricoperto di sciarpe e carezze, e dichiarò perentorio che era venuto a Roma per vincere. Anche quello scudetto che mancava da oltre quarant’anni, dai tempi della guerra. I più grandi di me, tipo mio padre, ascoltarono quelle parole con speranza ma anche disincanto. “Ma te pare?”, dicevano. E invece andò proprio così. La Roma di Falcao (e non solo) sfiorò subito lo scudetto nella stagione 1980/81, scippata dalle solite nefandezze arbitrali. Il sogno si compì poi nel maggio 1983, in un caldo pomeriggio genovese. Falcao era stato di parola: era venuto per vincere. E per cambiare la storia di un club che, da quel giorno d’agosto, ha cominciato – pur tra alterne vicende – a sognare in grande.
 
L’argentino Molina, quindi, è un’altra storia. Una storia di tempi nei quali gli stranieri nelle squadre italiane rappresentano la regola e non l’eccezione; tanto da farmi chiedere, vedendo centinaia di persone ad accoglierlo con un caldo insopportabile: ma questi ce so’ annati apposta? Con una punta di sorpresa e, s’intende, il solito disincanto. Quello rimasto identico dai tempi dello sbarco di Falcao.
 
E sempre forza Roma.
 

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