MIO FRATELLO E' UN VICHINGO di A. T, Jensen

A questo film mi lega una vicenda singolare. Nella scorsa primavera, tra i vari titoli in programmazione, scelsi di vedere proprio questo nel mio cinema preferito. L’inizio della storia mi incuriosì parecchio: per una buona mezz’ora pensai di aver fatto la scelta giusta per quella domenica di marzo.

E invece, all’improvviso, io e gli altri pochi spettatori presenti fummo invitati — cortesemente, sì, ma con decisione — a lasciare la sala. Il motivo? Il proiettore della sala accanto, quella destinata a un film d’animazione per bambini, aveva smesso di funzionare, e la direzione del cinema pensò bene di sacrificare noi, sparuti amanti di un film danese di nicchia, per far posto al pubblico ben più numeroso dei piccoli spettatori e dei loro nonni e genitori..

Tornai a casa rimborsato, un po’ infastidito ma anche determinato: quel film lo avrei visto, prima o poi. E il “poi” arrivò in una calda serata d’estate.

Ma veniamo al film, senza ulteriori divagazioni.

Anker è appena uscito di prigione dopo aver scontato quindici anni per una rapina. Tornato a casa, ritrova la sorella e soprattutto il fratello Manfred, che però non è più quello di una volta: appare confuso, “impicciato”, come se la realtà gli scivolasse continuamente dalle mani.

Manfred vive infatti in uno stato di dissociazione: a volte si crede un vichingo, altre volte niente meno che John Lennon dei Beatles. Anker, però, ha un problema urgente: deve recuperare il bottino della rapina, che aveva affidato proprio a Manfred prima dell’arresto. Un bottino prezioso non solo perché potrebbe garantire a lui e alla famiglia un futuro più sereno di qualsiasi fondo pensionistico, ma anche perché alcuni vecchi complici hanno iniziato a bussare alla porta con insistenza.

Nel tentativo di far rinsavire il fratello, Anker lo porta nella vecchia casa della madre e, con la complicità di un sedicente psichiatra — che si rivelerà poi malato anch’egli — prova ad assecondare le sue fantasie per riportarlo alla ragione e fargli ricordare dove ha nascosto la refurtiva.


Entrano in scena altri personaggi, alcuni interpretati in modo davvero efficace, e il film — una commedia nera e grottesca — assume in certi momenti i toni del thriller, e in altri addirittura dello splatter, con qualche spruzzata di sangue qua e là.

Alla fine, ho fatto bene a recuperare questa pellicola dopo la bizzarra esperienza della scorsa primavera? Direi di sì, anche se mi aspettavo di appassionarmi un po’ di più alla storia. L’humour nero mescolato a momenti splatter non è proprio il mio genere preferito. Lo consiglierei su qualche network televisivo, rigorosamente gratis. Come è capitato a me, anche se senza volerlo. Presentato a Venezia nella sezione 'fuori concorso' 

Al prossimo film.

 

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