ODISSEA di Cristopher Nolan
Cristopher Nolan, vecchio buontempone che qualcuno
considera un genio e altri no, ha finalmente sfornato il film dell’estate: la
sua Odissea. Il racconto di Omero lo conosciamo tutti: chi ha fatto il
classico un po’ meglio, chi si è fermato prima, e chi — come l’attuale premier
italiana — ha frequentato un professionale. Senza offesa per chi ha fatto il
professionale, s’intende. Per la premier, invece, tutte le offese del mondo
sono legittime.
Ulisse — anzi, Odisseo — torna a Itaca dopo la
vittoriosa impresa di Troia, conclusa grazie al suo celebre inganno: il cavallo
dentro cui i troiani, bontà loro, sono cascati con tutte le scarpe. Ma Nolan
non mette in scena un’avventura epica: si concentra invece sui turbamenti che
non lasciano in pace Odisseo, sulle ombre che lo accompagnano durante il
viaggio e oltre.
Il nostro eroe ha sfidato gli dèi e lo sa. Si è posto
al di sopra di loro e ora sente addosso le conseguenze: tormenti, rimorsi, le
rovine di Troia, i compagni perduti nella guerra e nella traversata. Più che un
viaggio, Nolan racconta un percorso quasi terapeutico: Odisseo torna a Itaca da
uomo diverso, segnato, consapevole. E la critica alla guerra emerge feroce,
vista come strumento di dominio maschile, di oppressione, di violenza
strutturale.
Le figure femminili sono ben tratteggiate: Penelope,
che fronteggia i Proci e protegge Telemaco; Circe, energica e rabbiosa; Atena,
unica divinità davvero presente. Nolan prende uno dei testi fondativi
dell’antichità e lo usa per interrogare il presente: ospitalità, accoglienza,
responsabilità, la domanda su come — e quanto — siamo diventati brutti. I sensi
di colpa che accompagnano Ulisse per tutto il film, lungo, molto lungo,
diventano una cartina di tornasole.
Film da vedere, sicuramente. Magari non da far vedere
a un ragazzino di dieci anni: ne avevo uno a poche seggiole di distanza che si
dimenava e ingurgitava pop corn in quantità industriale. E io a chiedermi:
perché costringerlo a guardare l’Odissea di Nolan? Si poteva aspettare qualche
anno. Roba da assistenti sociali. Alla prossima sala.

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