CANTO DELLA PIANURA di Kent Haruf 

Canto della pianura appartiene – come ha dichiarato lo stesso Kent Haruf – a una trilogia sciolta: tre romanzi ambientati nel medesimo luogo, l’immaginaria cittadina di Holt, ma senza intrecci narrativi che li leghino in modo diretto. È un mondo condiviso, non una saga; un paesaggio umano che si lascia attraversare da storie autonome, ognuna con le sue peculiarità.

In questo romanzo ritroviamo quel tono quieto e pacato che è ormai la cifra stilistica di Haruf: una scrittura che sembra non voler disturbare nessuno, e che proprio per questo riesce a insinuarsi con delicatezza nelle pieghe dell’esistenza. La sua calma non è superficialità, ma un modo di guardare le cose senza fretta, lasciando emergere i traumi, le ferite, le piccole cose che accompagnano ogni vita. Holt è un luogo immaginario, certo, ma le sue vicende hanno la consistenza di ciò che riconosciamo: famiglie che si sfaldano, responsabilità che arrivano troppo presto, solitudini che cercano un riparo.

I protagonisti sono pochi e ben delineati. Ci sono Bob e Ike, due ragazzini divisi tra la scuola e il lavoro di consegnare i giornali, sospesi in quella zona fragile in cui l’infanzia comincia a incrinarsi. C’è il loro padre, Guthrie, insegnante, uomo che tenta di tenere insieme ciò che resta della famiglia dopo la partenza della moglie – una partenza che ha il sapore di un addio definitivo. E poi c’è Maggie, una ragazza in attesa di una bambina, accolta dai fratelli McPheron, due vecchi allevatori che Haruf tratteggia con una tenerezza asciutta, mai sentimentale: la loro casa diventa un rifugio, una protezione quasi involontaria, un gesto di cura che nasce dalla semplicità più autentica.

Attorno a loro si muovono altri personaggi, figure di contorno che però incidono sulle scene come brevi lampi: Holt è un paese piccolo, e ogni presenza, anche minima, lascia una traccia.

Il romanzo si legge con facilità, ma non perché sia leggero: scorre per la chiarezza della prosa, per la capacità dell’autore di far respirare la storia senza appesantirla. È un libro malinconico quanto basta, mai noioso, che procede con la naturalezza di un racconto ascoltato in silenzio, seduti a un tavolo di casa mentre fuori la pianura si stende immobile.

Come già accaduto con Benedizione, Haruf riesce a farsi conoscere e apprezzare proprio attraverso questa semplicità che non è mai banale. E così, chiuso Canto della pianura, resta la voglia di tornare a Holt, leggendo l’altro romanzo della trilogia sciolta, Crepuscolo. Al prossimo libro.

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