CHIACCHIERE DA BAR (periodico)
Il bar ha riaperto. Dopo una decina di giorni di
meritato riposo, il titolare — maglietta nera d’ordinanza e parannanza da
pasticciere — ha tolto il cartello di plastica, ha sollevato la saracinesca con
un dispositivo automatico (i tempi in cui ci si faceva qualche muscolo sono
ormai lontani) e ha ricominciato a preparare caffè, cappuccini e tutto il
resto.
Io sono arrivato più tardi, con calma, e a tutta
quella frenesia iniziale non ho assistito. Mi sono limitato a notare un certo
cambiamento d’atmosfera rispetto alla settimana precedente: più automobili in
giro e, proprio di fronte al bar, transenne per lavori in corso che impedivano
un comodo parcheggio. Sul marciapiede, alcuni giovanotti in tuta da
cantieristica, assonnati e oziosi, in attesa — probabilmente — di ordini superiori.
Quell’immagine, loro seduti e nullafacenti, mi ha riportato alla vecchia e
insopportabile cantilena che si sente ogni volta che c’è un cantiere aperto: “Questi
non lavorano mai, ecco perché non finiscono in fretta!”
Il barista, invece, nonostante la malinconia delle
vacanze finite e trascorse, a quanto ho intuito con la mia finta discrezione,
in qualche lago, sembrava vispo e allegro. Come la fanciullina Teresa di una
poesia di una vita fa.
Senza troppi convenevoli — con il signore del bar ci
salutiamo appena — ho ordinato il mio solito decaffeinato. Non ce ne sarebbe
neanche bisogno: lui già lo sa, e io sono piuttosto abitudinario. Ho riflettuto
sulla possibilità di scommettere due euro sulle partite di oggi, poi ho pensato
che era meglio lasciar stare: la Roma non si gioca mai. È peccato, ecco.
Ho pagato, salutato e sono uscito alla ricerca di un
cono d’ombra. I giovanotti in abiti da cantiere erano ancora lì, seduti e
oziosi. Uno svapava con una sigaretta elettronica. E pensavo, sorridendo, che
forse hanno ragione quei vecchi brontoloni — magari pensionati che vanno in
giro per cantieri — quando dicono che qui non lavora mai nessuno, e che i
cantieri non chiudono mai, per la disperazione degli automobilisti che non
trovano parcheggio.
Al prossimo caffè.

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