CIAO FRANCESCO 

Apprendo la notizia della scomparsa di Francesco Guccini. Un gigante: della musica, della poesia, della letteratura. Cerco di consolarmi ascoltando, ancora una volta, alcune sue canzoni. Poi seguo i servizi nei notiziari, leggo qualche ricordo. E, inevitabilmente, incontro anche qualche fascista che prova ad accollarselo. A lui, che ai fascisti non ha mai fatto sconti, né mascherato il proprio disprezzo. Che c’entrano i fascisti con quel verso sulla giustizia proletaria che chiudeva ogni suo concerto? Che c’entrano con le sue ballate impegnate e popolari, con l’incoscienza sotto al basso ventre, con le piccole storie ignobili raccontate mirabilmente, con i muri che evocavano vecchi e nuovi eroi? I fascisti dovrebbero tacere. Sempre. Si ascoltassero Al Bano o quell’altro ceffo che ha vinto a Sanremo.
 
Io, Guccini, l’ho conosciuto per caso, quando ero ancora ragazzino. Uno di quegli episodi della vita che, se ci ripensi, ti scappa un sorriso. Anni Settanta: avevo un fratello più grande che di politica s’interessava poco, pochissimo. Era leggero, e il sabato non scendeva in piazza a manifestare, magari pure a tirare qualcosa ai poliziotti. No: lui preferiva la discoteca, aveva un sacco di ragazze e tanti amici che portava volentieri a casa. Gente di tutti i tipi.
 
Un giorno si presentò con un tizio che aveva tutta l’aria del giovane militante di sinistra di quei tempi. Portava ancora un eschimo innocente, verde, forse figlio della povertà – per citare proprio Guccini. Occhiali dalla montatura spessa: una specie d’intellettuale con la testa piena, chissà, di Lenin o Gramsci. Quel tipo, che a me ispirava immediata simpatia, lasciò dimenticata sulla scrivania della mia cameretta una musicassetta del Guccio. E che musicassetta: Via Paolo Fabbri 43, con quella custodia blu notte che ricordo ancora. Credo di averla ancora da qualche parte: come fai a liberarti di certe reliquie?
 
A quel tempo ero curioso e cercavo di innamorarmi di tutto. Presi il nastro, lo infilai nel mio piccolo mangiacassette e iniziai ad ascoltare. La prima canzone cominciava con un verso che diceva: “Ma che piccola storia ignobile che mi tocca raccontare”. Mi colpì subito il tono potente, la melodia da ballata popolare, il rigore dell’impegno dialettico. Anche se ci capivo poco, e avrei dovuto aspettare ancora un po’ prima di farne davvero l’analisi.
 
Poi, che dire? Mi sono innamorato di Francesco Guccini. Mi sono piaciuti quasi tutti i suoi pezzi. Non credo di aver visto tanti concerti dello stesso artista come quelli di Guccini. E ci andavo spesso con un amico che è scomparso qualche anno fa. Il suo ricordo, ieri, ha accompagnato quello del genio emiliano. Insieme al ricordo di quel lontano giorno della metà degli anni Settanta, del ragazzo con l’eschimo e della cassetta blu notte.
 
E come non ascoltare la canzone che, tra le tante, forse preferisco: Incontro (1973). Un pezzo che, lo dico con infinita sobrietà, mi sento cucito addosso. Con tutta la bella malinconia che si porta fino all’ultimo verso: “Siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno.”
 
Ciao Francesco. E speriamo che un giorno la giustizia proletaria della Locomotiva trionfi davvero contro ogni ingiustizia.
 

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