DISTRAZIONI

Sembra che nella nostra società si ascolti pochissimo. Nella vita quotidiana ci si sente spinti a negare tutto quanto non collimi con la propria tradizione dominante. La tradizione prevalente risponde alle voci di dissenso con la censura. Il potere è la conquista di uno spazio nel discorso. Queste pratiche culturali originano una gnoseologia seconda la quale la voce più forte, più aggressiva o persuasiva cancella ogni precedente conoscenza proveniente da altre voci. E' difficile sperimentare prospettiva alternative a quella dominante quando essa si rivolge direttamente a noi ma ne possiamo scorgere le limitazioni. Quali voci del dissenso oggi sono capaci di spezzare il sortilegio di queste voci autoritarie?


Nella nostra società si ascolta pochissimo. Sembra, così pare. Viviamo piegati sugli smartphone, bombardati da notifiche che ci rubano l’attenzione ovunque: in sala d’attesa, sui treni, perfino sul divano davanti a un film o a un notiziario. Ci perdiamo passaggi decisivi, frame importanti, pezzi di realtà che scivolano via senza che ce ne accorgiamo. Succede, è successo anche a me. Ma la distrazione non è solo un difetto individuale: è diventata una condizione strutturale, quasi una tecnologia del potere. Una società che non ascolta è più governabile, perché non ha tempo né strumenti per mettere in discussione ciò che le viene raccontato. L’attenzione è una risorsa politica: chi la cattura, governa; chi la disperde, domina.

Così seguiamo la realtà con superficialità, dalla cronaca spicciola ai conflitti globali. Incapaci di approfondire, di studiare, di ascoltare chi ne sa più di noi, ci affidiamo ai pregiudizi o agli imbonitori di turno. E lo facciamo con quella sicurezza tipica di chi si percepisce al centro del mondo: da italiani, europei, occidentali, bianchi, etero e magari maschi, ci convinciamo di stare dalla parte giusta della storia e della geografia. Più ricchi perché più capaci, più civili per destino divino. La nostra tradizione diventa un recinto identitario che esclude le altre civiltà e si irrita per qualsiasi dissenso, come se ogni voce alternativa fosse un affronto personale.

Chi dissente viene messo al bando con forme di censura più raffinate di un tempo. La narrazione dominante non occupa solo spazio: ridefinisce la realtà. Decide chi è “noi” e chi è “loro”, cosa è normale e cosa è deviante, cosa merita attenzione e cosa può essere ignorato. E lo fa attraverso meccanismi comunicativi che non si limitano a raccontare il mondo, ma lo modellano. I media selezionano, gerarchizzano, semplificano: non riportano la realtà, la filtrano. E nel farlo favoriscono chi ha già potere, imponendo frame che diventano senso comune. Non è un complotto: è un meccanismo strutturale, una conseguenza della concentrazione del discorso pubblico nelle mani di pochi attori che decidono cosa è rilevante e cosa no.

Lo vediamo nei dibattiti televisivi, dove a parlare non sono esperti ma politicanti ed editorialisti da strapazzo, pronti a trasformare questioni complesse in slogan da televendita. In questo ambiente, un nuovo partito di estrema destra può crescere rapidamente non perché manipola “poveri Cristi”, ma perché offre una visione del mondo già resa familiare da anni di narrazioni tossiche. La crescita non è un fulmine a ciel sereno: è il risultato di una lunga preparazione culturale, di un terreno reso fertile da anni di semplificazioni, paure, contrapposizioni identitarie.

Se i migranti vengono raccontati solo come criminali, si costruisce un’immagine che giustifica paura e repressione. Se gli adolescenti vengono descritti solo come baby gang o “maranza”, si alimenta un clima che sostituisce l’analisi con la punizione. E quando si parla di giovani, non si ascoltano psicologi, sociologi, educatori: si ascoltano influencer travestiti da analisti, editorialisti che parlano come televenditori. Il risultato è un dibattito pubblico che non spiega, non approfondisce, non illumina: vende emozioni, indignazioni, semplificazioni.

La narrazione dominante funziona perché è semplice, perché offre risposte immediate a problemi complessi, perché non chiede fatica. E la fatica, oggi, è diventata quasi un tabù. Studiare, approfondire, ascoltare davvero richiede tempo, richiede lentezza, richiede attenzione: tutte cose che il nostro ecosistema comunicativo scoraggia. In un mondo che corre, chi rallenta perde. E chi perde, tace.

Per questo la narrazione dominante è così difficile da scalfire. Ci si può opporre solo dotandosi di strumenti analitici, costruendo una società dove l’istruzione sia davvero prioritaria. In un mondo di ignoranti è facile per il potere occupare ogni spazio del discorso pubblico, stabilire priorità secondo convenienza, ridurre i cittadini a sudditi. L’ignoranza non è solo mancanza di sapere: è mancanza di difese. Chi non ha strumenti critici non può distinguere tra informazione e propaganda, tra analisi e manipolazione, tra complessità e slogan.

Io immagino modelli e pratiche d’opposizione più decise, che non si limitino alle piazze ma intervengano ovunque si produca discorso pubblico: nelle scuole, nei media, nei luoghi di lavoro, nelle comunità. Un’opposizione che non si limiti a contestare la narrazione dominante, ma ne costruisca una alternativa: fondata su conoscenze vere, sulla fatica dello studio, su analisi senza pregiudizi. Un’opposizione che non si accontenti di dire “non è così”, ma sappia mostrare come potrebbe essere. Perché l’immaginazione politica è il primo antidoto alla propaganda. Senza immaginazione, si resta intrappolati nel mondo così com’è, anche quando è ingiusto, anche quando è tossico.

È un percorso lungo, ostacolato da tecnologie sempre più sofisticate che catturano la nostra attenzione e la rivendono al miglior offerente. Ma conviene comunque iniziarlo. Almeno per chi desidera un mondo migliore, più giusto, più capace di ascoltare. Perché in una società che non ascolta, il potere non si esercita solo con la forza, ma anche con la voce: chi parla di più, decide cosa è vero. E chi decide cosa è vero, decide anche chi siamo.

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