SCONTRI DI PIAZZA 

Durante la scorsa settimana ci sono stati scontri. Scontri di piazza: a Bologna, dopo la morte — presumibilmente per abuso di polizia — di un uomo di quarantadue anni; e a Torino, durante le ricorrenti proteste contro l’assurda opera della linea ferroviaria Torino-Lione. A quegli scontri sono seguiti gli inevitabili dibattiti. Prima la condanna dei manifestanti “violenti” e la rituale solidarietà ai tutori dell’ordine: dichiarazioni provenienti da tutte le istituzioni, a partire dal Presidente della Repubblica, e, con sfumature diverse, da tutte le forze politiche, di governo e opposizione. Poi, i ‘mostri’ attualmente al governo hanno colto l’occasione per sfornare nuovi dispositivi normativi: strumenti che, in sostanza, mirano a limitare il diritto di manifestare, protestare, dissentire.
 
Cautela necessaria, per un governo che, di fronte alle crisi globali e ai conseguenti aumenti del prezzo dei carburanti, non sa far altro che proporre un bonus di pochi centesimi, per il solo gasolio e per pochi giorni. Fino al sei agosto: affrettatevi, come se stessimo comprando un mobile all’IKEA in promozione. E il governo teme, chissà, un autunno caldo: scioperi, manifestazioni, un Paese bloccato. Una riedizione in larga scala di ciò che accadde lo scorso settembre, quando le proteste contro il genocidio in Palestina portarono in piazza centinaia di migliaia di persone. E anche la camerata Meloni, allora, si cagò sotto.
 
Ma il tema della “violenza di piazza” mi interessa per altri motivi. Sono sufficientemente stagionato per ricordare reazioni e dibattiti identici a quelli attuali, ogni volta che una manifestazione diventava un po’ turbolenta. Bisogna isolare i violenti, le manifestazioni devono essere pacifiche, i facinorosi, gli infiltrati, i black bloc, i buoni e i cattivi. A proposito: do you remember Genova 2001? Chi erano i buoni e chi erano i cattivi? E chi aveva ragione: quelli che sfasciavano qualche bancomat o coloro che, dalle stanze del potere, elaboravano politiche per rendere questo mondo sempre peggiore? Con salari bassi, guerre, e quell’appiccicume sulla pelle che ormai dura da giugno a settembre — e oltre. Leggasi: cambiamenti climatici.
 
Mi soffermo sulla violenza, sugli scontri di piazza. Non dal punto di vista dei bigotti reazionari, contenti pure di vedere ragazzini di quattordici anni finire in carcere, ma da quello dei tanti che, da sinistra e oltre, si interrogano ogni volta sull’utilità e la necessità di certe pratiche. E certe domande me le faccio anch’io, cercando di non ragionare in termini faziosi.
 
Prendiamo gli scontri in Val di Susa. Ho apprezzato quei militanti No Tav che, dopo le manifestazioni, non hanno preso le distanze da certe pratiche: anzi, le hanno rivendicate. Non hanno diviso il loro mondo in buoni e cattivi, non hanno dato ulteriormente in pasto i “cattivi” ai repressori di turno. E questa cosa no

n è mai scontata.
 
Ma, insomma: la violenza di piazza serve o è nociva? Continuo a pensare che, in certi casi, sia necessario esprimere il conflitto sociale in forme più determinate. La storia ce lo insegna, e la Resistenza — sempre citata — è stata fatta da partigiani che, ricordiamolo, ai fascisti sparavano. E facevano attentati. Ed erano chiamati dai potenti di turno, in divisa nera o rosso-bruna, banditi, terroristi, assassini.
 
Ora, evidentemente, non viviamo gli stessi tempi: non c’è Kappler al governo di Roma, né la X MAS o la Repubblica di Salò. Però attenzione: a forza di condannare sempre e soltanto qualsiasi forma di manifestazione un po’ più determinata del consueto, si finisce per ridurre il conflitto sociale a un rituale stanco, a una pratica inefficace. Anzi: si rischia di eliminarlo del tutto, dentro una società pacificata che non lascia spazio a nessuna forma di ribellione.
 
E se, invece, una certa determinazione nelle piazze diventasse pratica diffusa e comune, senza condanne e distinguo? Magari quelli che stanno al governo si cagherebbero sotto — come la camerata Meloni lo scorso autunno. Ma è solo una riflessione bisognosa di approfondimenti. E anche di conforto che di questi tempi ce n’è bisogno. Alla prossima.

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