SCENDO ALLA PROSSIMA (settimanale)
 

Un salto temporale, all’indietro, di una settimana. Mercoledì scorso, alle cinque del pomeriggio: l’ora della verità in Plaza de Toros, negli immortali versi di Federico García Lorca; il giorno in cui è iniziata la terza ondata di calore sull’intera penisola. Un’afa insopportabile, l’umidità che si appiccicava alla pelle.
 
Quel mercoledì ho preso il treno delle cinque per tornare a casa e, appena salito, ho visto una signora che, al contrario, scendeva. E sbuffava. Ci è voluto poco per capire il motivo: l’aria condizionata era fuori uso e, naturalmente, non c’era neanche il rimedio dei finestrini. Eravamo su uno di quei convogli moderni che non prevedono più il vetro da tirare giù o chiudere a seconda delle stagioni e dell’umore dei passeggeri; no, solo sistemi di climatizzazione che d’inverno soffiano aria calda e d’estate fredda. Quando funzionano. E quando non funzionano? Niente: bisognerebbe fermare il mezzo e sostituirlo con un altro in piena efficienza. Ma ad avercelo.
 
Così, una volta salito sul treno senz’aria condizionata — trovando pure un posto a sedere — ho riflettuto sul da farsi. Scendere e aspettare un’altra corsa oppure affrontare stoicamente le fatiche di un viaggio così disagiato? Ho scelto la seconda, sperando che il guasto venisse riparato. Chissà, magari con il treno in movimento sarebbe circolata un po’ d’aria. Macché. Non mi è rimasto che consolarmi con il ventaglio agitato da una donna seduta vicino a me: qualche refolo d’aria, come ai vecchi tempi, con quei ventagli di cartone sempre utili alla bisogna e che non consumano energia né inquinano.
 
Il viaggio, faticoso, si è concluso con un mezzo colpo di scena. Un uomo sulla quarantina, reduce da una giornata di lavoro cantieristico — lo intuivo dal dress code e dalle battute scambiate con un amico — ha cominciato a lamentarsi. Finalmente, ho pensato, qualcuno che si agita e promette ribellioni rispetto all’ordine costituito. «Compagni, avanti gran partito», ho canticchiato tra me le prime note dell’Internazionale. Ero ancora più contento perché le rimostranze del tizio arrivavano dopo un irritante annuncio dell’altoparlante: nei prossimi giorni ci sarebbero stati controlli sui titoli di viaggio. «Per il benessere di coloro che pagano il biglietto», aggiungeva lo speaker. Altro che conflitto di classe: il nemico non erano padroni, manager o direttori, ma il vicino che magari viaggiava senza biglietto.
 
Intanto l’operaio — uno di quelli evocati proprio dall’Internazionale — ha iniziato il suo sermone: «Ci chiedono pure di pagare il biglietto e ci fanno viaggiare in queste condizioni!». Hai visto mai, ho pensato, un tipo con una coscienza sociale. «Noi siamo dei lavorator…», riecheggiava nella mia testa. Ci siamo, ci siamo.
 
Niente. Poco dopo ha cominciato a sproloquiare. Se l’è presa con i macchinisti: «Sono sicuro che loro, là dentro, ce l’hanno l’aria condizionata!». E io ho pensato — mentre nella mia testa sfumavano le note dell’Internazionale — che meno male: altrimenti, ridotti come noi, sudati e stremati, chissà che incidente avremmo rischiato. E poi, cosa c’entravano loro?
 
Ma niente: il tizio, sempre più in versione populista, ha chiuso con la solita frase: «Se so’ magnati tutto!». Avrei voluto chiedergli: ma chi, e cosa? Ma ormai ero quasi arrivato a destinazione, e mi è tornata in mente un’altra strofa del celebre inno: «La plebe sempre all’opra china, senza ideali in cui sperar!». Ecco. «Se so’ magnati tutto». Per fortuna, fuori, tirava un po’ di vento.
 
Alla prossima corsa.
 

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