LA FINE DEL MONDO di Francesco Pecoraro
La fine del mondo di Francesco Pecoraro è il monologo di un uomo che ha
superato gli ottant’anni e che osserva la realtà dalla cucina del quartiere
romano dove è nato e dove è tornato, con lucidità amara, a morire. È un residuo del Novecento,
un “semi‑privilegiato comunista” che non si riconosce più nel ceto medio
professionale dell’“Ipotassi Cetomedioide”, oggi popolato da anziani, avvocati,
notai e routine senza immaginazione. Il quartiere è diventato un luogo che non
produce futuro: solo funzioni, pratiche, sopravvivenza.
Il protagonista vive immerso nel flusso, la corrente continua della
società contemporanea che cambia troppo in fretta per essere capita. Il flusso
è la forma liquida della fine del mondo: non un’apocalisse, ma una dissoluzione
lenta del senso, un presente che scivola via senza sedimentarsi. In questo
scorrere, il protagonista avverte la perdita di ogni orientamento: la politica
ridotta a rumore, la città trasformata in un organismo che non riconosce, la
tecnologia come accelerazione che non concede tregua.
Accanto alle riflessioni urbane e politiche, il
romanzo ospita le digressioni
anatomiche dell’amico chirurgo Marcello, che descrive il corpo umano
come una macchina idraulica destinata a cedere. Il corpo è un sistema di tubi,
liquidi, pressioni, un meccanismo che può rompersi in qualsiasi punto. Qui
arriva la frase decisiva, detta da un meccanico mentre guarda il cofano
dell’auto del protagonista:
«Le macchine non avvertono.
Si rompono e basta.»
È la metafora definitiva: il corpo, la città, il
quartiere, il Novecento, le ideologie — non
avvertono. Si rompono. E basta.
Tra i pochi ricordi luminosi c’è l’isola greca di
Diafáni e l’amico Kostas, a cui
il libro è dedicato: un frammento di mondo non ancora dissolto, un luogo dove
il protagonista ha conosciuto una vita più semplice, più fisica, più continua.
L’isola è il controcampo della città: lì il tempo non corre, lì il flusso non
travolge, lì la memoria non fa male.
Così Pecoraro racconta la fine del proprio mondo: la fine della capacità di orientarsi, la
fine delle categorie, la fine della solidità novecentesca. Un libro che non
consola, ma che illumina con precisione la condizione di chi sente che il
tempo, ormai, scorre altrove. Un libro da leggere con cautela, magari a piccole
dosi. Come le medicine. Al prossimo libro.

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