ESCHILO E IL COMPLEANNO
Finisce luglio con la quarta ondata di calore che, dicono quelli che ne sanno, investirà l’Italia dalle Alpi alla Sicilia per almeno una decina di giorni. Poi chissà. Resistere, resistere, resistere, come disse un noto magistrato scomparso qualche anno fa. Lui non parlava di caldo e sudore; io sì, purtroppo.
In questi giorni lenti e oziosi mi ritrovo a pensare al mio prossimo compleanno. Potrei affermare, con una certa sicurezza e un tono perentorio, che, come il vecchio Antonio Gramsci, odiava il Capodanno, io odio i giorni del mio compleanno. In fondo, tra Capodanno e compleanno c’è una certa affinità: entrambi ti ricordano che è passato del tempo e che devi cambiare il numero della targa.
Quest’anno, poi, è un compleanno particolare: uno di quelli che consideriamo speciali solo perché chiudono una serie decimale e ne aprono un’altra. Muore un decennio, ne nasce uno nuovo, e a me — che passo la vita a pensare al tempo che scorre e a quanto me ne resta — la cosa non fa esattamente piacere.
Dopo arrivano i bilanci. E quasi per gioco, per ironia o per disincanto, mi metto a pensare al tempo perduto, ai rimpianti che tutti si portano dietro. Tranne, s’intende, lo straordinario suonatore Jones dell’Antologia di Spoon River, cantato magistralmente da Fabrizio De André: “E un ridere rauco e ricordi tanti e nemmeno un rimpianto.” Beato lui.
“Quali sono i rimpianti più grandi della tua vita?”, mi chiedo. Le cose non fatte, quelle che avrei voluto fare. Sulle seconde potrei ricorrere al campionario delle banalità: ho viaggiato discretamente, ma sempre e solo in Europa. Non sono mai stato a Tokyo o a New York, però — aho — sono stato tre volte a Leverkusen, dove vanno forte col calcio e con l’industria farmaceutica. Hanno un grande parco. E poi basta così. Una tristezza assoluta.
A parte le battute, ripenso spesso alle mie scelte scolastiche. Ecco: il rimpianto vero è non aver fatto il liceo classico. A quest’ora padroneggerei il greco oltre al latino, potrei permettermi qualche citazione colta tra un coro di “oh” degli astanti, potrei intavolare dibattiti sui tragici, passare ore a parlare di Eschilo. Invece Eschilo me lo sono letto solo con la traduzione a fronte e, a parte la sua collezione di drammoni, mi ricorda un circolo vicino casa dove provo a giocare a tennis con risultati assai discutibili.
Il liceo classico: ecco il mio rimpianto più grande. Potrei dirla così, e poi farmi una bella risata. E potrei persino consolarmi pensando che, alla fine, pure Matteo Salvini ha fatto il classico.
Accantono i rimpianti e le grida di sconforto per il compleanno in arrivo. Mi ci faccio una risata e una bevuta sopra, perché nel decennio che sta per iniziare mi serviranno disincanto, ironia e — speriamo — tanta salute. Gradita anche in mancanza di scarpe nuove.
Alla prossima

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