SCENDO ALLA PROSSIMA (settimanale)
Oggi il treno è silenzioso. Siamo in piena estate, con l’anticiclone africano pronto a tornare dalle nostre parti per la quarta ondata di calore. Parole ormai consuete, come se vivessimo in un paese tropicale. E mica muoiono quelli che vivono ai tropici, ha detto quel pezzo d’uomo del presidente del Senato col busto dell’impiccato nel salone. E chi vuol capire, capisca.
Mi sono portato i soliti due libri, un saggio e un romanzo, e apprendo con soddisfazione che sul treno — direzione Porta San Paolo — l’aria condizionata funziona perfettamente. È sempre così: la mattina va bene, poi si guasta nel corso della giornata. Provo ad abbozzare qualche spiegazione. Questi treni fanno avanti e indietro senza tregua, mai una pausa; non c’è tempo per piccole manutenzioni quotidiane, tipo pulire i filtri dell’aria. E poi restano fermi sotto il sole cocente: se agli umani il sole provoca eritemi, può ben causare qualche inceppamento anche ai convogli.
Intorno a me la solita umanità più o meno dolente o indifferente. Gente piegata sullo smartphone a giocare o leggere notizie; altri ascoltano messaggi vocali diffondendone il contenuto per l’intero convoglio. Noto con piacere un uomo con un bel cappello di Panama, ritto in piedi. Non fuma la pipa come il capitano della canzone di Francesco De Gregori — le canzoni di De Gregori sono belle, la sua indifferenza meno — ma tiene in mano un libro. Un tascabile, forse una Feltrinelli da promozione. Non riesco a scoprire il titolo, peccato. Però il tizio col Panama, ritto come il capitano della canzone ma senza pipa, sembra uno di quei lettori forti che si divorano almeno due romanzi al mese e che mandano avanti le librerie. O, almeno, non le fanno chiudere.
Dal treno alla metropolitana il passo è breve. Stavolta, però, mi capita uno di quei treni vecchiotti, ancora con i finestrini a soffietto e senza aria condizionata. Ci penso pure, se salire o aspettare il prossimo: non sono così in ritardo. Ma del doman non v’è certezza, e neanche di una prossima corsa. Così salgo e mi siedo vicino a un migrante, probabilmente indiano o bengalese, vestito con l’eleganza e la dignità dei proletari di una volta. Senza ostentare, ma con una postura che lo salva da ogni brutta figura. Come quando da ragazzini andavamo a trovare qualcuno e i nostri genitori ci imploravano di vestirci bene.
Però, ammazza che caldo con questi finestrini a soffietto. Possibile che
nell’anno 2026 si viaggi ancora su treni senza aria condizionata? Ci vorrebbe
una sommossa, una rivolta. Mi vengono in mente quelli che lottano in Val di
Susa contro il criminale progetto della cosiddetta alta velocità: i NO TAV. A
me piacciono tanto e, talvolta, vorrei essere uno di loro. Pure mentre viaggio
su una metropolitana direzione Rebibbia senza aria condizionata. E che cazzo!
Alla prossima corsa.

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