SCENDE ALLA PROSSIMA? (ultima corsa)
Cerco pensieri, spunti, illuminazioni da trasformare in parole. Le cerco nei treni e nei vagoni della metropolitana che attraverso ogni giorno. Un amico, tornato da un viaggio in Giappone, mi ha raccontato della metro di Tokyo: pulita, veloce, impeccabile. E i passeggeri, tutti educati, composti, rispettosi delle regole. Bello, sì. Ma anche terribilmente noioso. Le regole servono, certo, purché non diventino un feticcio.
Questa mattina, invece, poco è accaduto. Rumori di fondo, un gruppetto di persone — forse vicini di casa — conversava a voce sostenuta. Risate, allegria. Sarà l’estate che avanza, come canterebbe quel gaglioffo di Jovanotti, uno che pensa che non sia mai opportuno schierarsi.
Io, invece, cerco discorsi impegnati, raffinati. Non so: l’“accordo di pace” tra USA e Iran che è solo un cessate il fuoco; l’ascesa di Futuro Nazionale del generale Vannacci. Ieri mattina, al bar, la prima parola che ho sentito è stata proprio “Vannacci”. Giuro.
Oggi no. Oggi solo pratiche da condominio, beghe da ufficio, questioni da impiegatucci senza ambizioni. Un tizio raccontava a un’amica di un diverbio con un collega. Lo ascolto, cerco di capire i contorni della storia, e soprattutto il profilo psicologico del protagonista. Mi sembra uno sicuro di sé — o meglio, pieno di sé — convinto che la sua ribellione passi per un litigio in corridoio. “Con me non si passa!”. Come ai tempi della scuola, quando certi studenti si facevano eleggere nei consigli d’istituto e pensavano che la lotta fosse chiedere banchi senza incrostazioni. Forse avevano ragione loro, più assennati di noi che parlavamo di massimi sistemi. Però, diamine: a sedici anni non puoi limitarti a chiedere un laboratorio pulito. C’è tempo per diventare pompieri.
Il signore che ha vinto la sua battaglia da impiegatuccio alla Fantozzi avrà sessant’anni o più. Calvo, robusto — per non dire ciccione — discretamente elegante nella sua camicia azzurra. Mi sembra più vecchio di me, ma poi penso che ormai, anche in questi non‑luoghi alla Marc Augé, sono tra i più anziani. E allora gioco: guardo le prime dieci persone intorno a me e provo a indovinare chi è più giovane. Osservo l’attaccatura dei capelli, i segni sul viso, sulle mani. Non mentono mai.
Poi, sconfortato, mi ritiro nel mio mondo di letture e riflessioni sui destini del mondo e su quanto mi resta da vivere. Intanto tornano i rumori di fondo: l’allegra compagnia di prima, felici e contenti, beati loro.
Ah, è la mia fermata. Alla prossima corsa.

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