SCENDE ALLA PROSSIMA? (speciale questua)

Avete presente la stazione Cavour della linea B della metropolitana? Come poche altre stazioni ha accessi separati a seconda della direzione. Per andare verso Rebibbia entri dalla bella zona della Suburra, dove un tempo ne succedevano di tutti i colori; per andare verso l’Eur, invece, devi risalire e attraversare la centralissima (si fa per dire) via Cavour. Con estrema attenzione, perché le macchine sfrecciano: meglio fare un metro in più e buttarsi sulle strisce. Almeno, se ti investono e resti vivo, magari ci tiri fuori pure qualche soldo. Tie.


A proposito di soldi: ieri pomeriggio, mentre risalivo le scalette che dalla Suburra portano a via Cavour, appena finiti i gradini mi sono imbattuto in un tizio parecchio disperato. Uno dei tanti che campano chiedendo l’elemosina agli angoli delle strade e davanti alle stazioni della metro, dove — come si dice — la gente ci casca dentro, e magari qualcuno ci casca pure a fare un po’ di beneficenza.

Io, lo confesso con un’onestà proporzionata ai sensi di colpa e alla consapevolezza di quanto posso essere stronzo (non sempre però), raramente lascio qualche spicciolo al mendicante di turno. Ne vedo tanti nelle mie passeggiate quotidiane per l’Urbe immortale: alcuni fissi, come quello a pochi metri da una delle uscite di San Giovanni; poi le donne rom, qualche migrante venuto dal sud del mondo e, infine, qualche figuro di pura provenienza italica.

Il tizio di ieri era proprio italiano: si capiva dai tratti, ma soprattutto dall’idioma.

Che è successo di tanto particolare da meritare il mio pippone quotidiano? Ecco: mentre già puntavo l’ingresso della stazione Cavour direzione Laurentina, me lo sono trovato davanti. Mi chiede qualche spiccio per mangiare. Io, come faccio spesso, mi scuso: no, non ho soldi da donare. Mi dispiace, scusami.

E lì arriva il colpo di scena. Non si limita a un gesto di disappunto o a uno sguardo deluso, rabbioso, magari anche un po’ sprezzante verso uno che il pranzo e la cena li mette insieme senza troppi drammi. No: lui il disappunto lo esprime. «Non mangio con la tua compassione!» mi urla mentre sto già per attraversare la larghissima via Cavour.

Rimango sorpreso, ma continuo a camminare. Non mi metto a discutere con uno che già di suo mi fa pena e tenerezza. In un’altra situazione, chissà: non amo prendere insulti a buffo, soprattutto quando credo di non meritarlo. Ma lui prosegue: mi dà dello stronzo e, per chiudere in bellezza, mi manda a fanculo.

Io incasso tutto con grande disinvoltura, scendo le scale della stazione, striscio la tessera Metrobus e mi piazzo sulla banchina ad aspettare la corsa in arrivo, prevista tra quattro minuti.

Quattro minuti utili per riflettere su quella frase: «Non mangio con la tua compassione». Mi ha colpito perché io mi sento sensibile ai grandi temi della povertà e delle diseguaglianze. Mi piace pensare a una ricchezza prodotta e distribuita equamente, a un mondo dove nessuno sia costretto a chiedere spicci agli angoli delle strade. E magari a urlare allo stronzo di turno — anche se è uno di sinistra, comunista, libertario, bla bla bla — «non mangio con la tua compassione».

Forse sono solo sensi di colpa. Forse. Però è stata una bella botta di autocoscienza.

E alla prossima corsa.

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