LA ROMA E' UNA COSA SERIA (settimanale non incom)

Giugno non è un mese senza calcio. Di partite ce ne sono a volontà, con il campionato mondiale maschile in corso. E con quarantotto squadre partecipanti, il numero di match è davvero da record.

Io sono abbastanza stagionato da ricordarmi i Mondiali a sole sedici squadre: quasi tutte europee o sudamericane, e con le famose squadre materasso, quelle che sapevi già che non avrebbero strappato neanche un pareggio, miracoli sportivi permettendo. Lo Zaire, unico rappresentante africano nel 1974, era una sorta di mascotte. Ricordo ancora la scena in cui un giocatore si staccò dalla barriera e colpì il pallone che il tiratore della squadra avversaria — il mitico Brasile di Rivelino — aveva appena posizionato, prima ancora che l’arbitro fischiasse.

Insomma, di pallone che gira ce n’è in abbondanza. Eppure, a qualcuno manca qualcosa. Manca la Roma. Perché una cosa è il calcio, un’altra è la Roma. Almeno secondo la filosofia di vita di tanti che conosco, che mi confessano — pure con orgoglio — di non guardare nemmeno una partita se non gioca la Roma.

Io, lo ammetto, sono diverso. Il calcio mi piace anche oltre la mia ossessione-passione per la Roma. Anzi, quando riesco a guardare una partita senza l’ansia, il tremore e il coinvolgimento emotivo che mi provoca la Magica, me la godo ancora di più. È piacere autentico.

Ciò non toglie che la Roma resti un elemento importante della mia vita. Non passa giorno (o anche ora) senza che mi ritrovi a smanettare sui siti tematici per conoscere le ultime news sulla Magica. Per esempio: ma gli abbonamenti per la prossima stagione quando escono? Quest’anno siamo in clamoroso ritardo e il popolo romanista comincia a borbottare. Spuntano le teorie più strampalate: “Stanno aspettando di annunciare un grande colpo di mercato”, dice qualcuno convinto di avere sempre le dritte giuste. Altri, più sobri e cinici, temono che a Trigoria siano in corso affannose riunioni per stabilire gli inevitabili aumenti dei prezzi delle agognate tessere.

Io, intanto, aspetto e spero. Mi godo le (poche) partite dei Mondiali trasmesse a orari decenti, compatibili con quelli del lavoro dipendente e salariato, e penso al momento in cui scatterà l’ora del rinnovo dell’abbonamento. Senza alcun indugio mi metterò in fila — fila virtuale e digitale, per fortuna — e aspetterò il mio turno. Pregustando già l’emozione quando sull’apposita app del mio smartphone comparirà l’abbonamento per la prossima stagione.

Una volta era di carta, con i foglietti che venivano strappati dall’incaricato all’ingresso dello stadio. Ma erano altri tempi, e ai Mondiali c’erano solo sedici squadre. Al massimo ventiquattro, con qualche squadra materasso. Ma tranquilli: non si stava meglio quando si stava peggio. Eravamo solo più giovani.

E sempre forza Roma.

 

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