BUGONIA di Yorgos Lanthimos
Teddy e suo cugino Don, un po’ addormentato e sempre
in ritardo sul mondo, sono due personaggi che, secondo una definizione ormai
abusata, potrebbero essere etichettati come complottisti. Teddy, che fa anche
l’apicoltore con la passiva complicità di Don, è convinto che la distruzione
del pianeta sia il risultato di un piano orchestrato da alieni extraterrestri.
A suo dire, l’agente principale di questa cospirazione sarebbe Michelle,
spregiudicata e ricchissima CEO di un’azienda farmaceutica.
I due decidono quindi di rapire la donna e di
sottoporla a interrogatori che, più che rivelatori, risultano grotteschi e
surreali. L’obiettivo è farla confessare, ma il film — che persi colpevolmente
al cinema e che ho recuperato grazie alla programmazione di un noto network —
usa questa premessa per affrontare temi ben più profondi: il complottismo,
certo, ma anche le trasformazioni politiche, sociali e relazionali degli ultimi
decenni, che sembrano condannare il pianeta e gli esseri umani a un declino
inevitabile.
Le api, che aprono e chiudono il film, diventano una
metafora potentissima. Il titolo stesso, Bugonia, rimanda al mito
narrato nelle Georgiche di Virgilio, secondo cui gli sciami d’api
potevano nascere dalle carcasse di buoi decomposti. Nel finale, l’immagine
delle api che tornano a lavorare rappresenta il messaggio di speranza che
Lanthimos vuole lasciare al termine di questa sua opera complessa: una commedia
nera che invita a riflettere sulle dinamiche di potere del tardo capitalismo e
sulla crescente incapacità di analizzare la realtà senza cadere nelle trappole
di ipotesi complottistiche tanto seducenti quanto infondate.
Le api scompaiono per responsabilità degli esseri
umani, non per qualche invasione aliena preordinata. Presentato alla Mostra di
Venezia nell’ottantaduesima edizione, Bugonia è un film assolutamente
consigliabile, come del resto tutte le opere di questo genio della regia
contemporanea.
Al prossimo film.

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