DISCORSI DA BAR (periodico)
Poco dopo le sette del mattino il bar è già aperto. E
ci mancherebbe: la parola bar si associa facilmente alla colazione, con
o senza cornetto. Oggi sono di buon mattino, dopo una notte quasi insonne
passata a combattere un’impari sfida contro il caldo. Caldo e umido: persino i
vetri della mia automobile erano appannati, quasi come d’inverno, quando però
bisogna coprirsi. Non troppo, perché gli inverni di una volta non esistono più.
E non è vero che non esistono più le mezze stagioni: ormai è tutta una mezza
stagione fino al botto finale dell’estate, sempre sopra i trentacinque gradi.
Al bar c’è poca gente: lavoratori instancabili, anche
di sabato. Due signori, probabilmente bengalesi, che però padroneggiano molto
bene l’italiano, e un altro tizio con l’immancabile cane al seguito. Un cane a
colazione, ecco.
Io non parlo. Sento, osservo, e guardo lo schermo
della televisione sintonizzata su un notiziario sportivo. Mi diverte la papera
del portiere dell’Uruguay che condanna la sua squadra a una prematura
eliminazione. Un portiere che, in passato, ha giocato anche nella Lazio:
rifletto sulla sua disavventura sportiva con una punta di sarcasmo.
Poi esco e mi reco in farmacia. Scopro che apre
soltanto alle otto. È attivo solo il servizio per le emergenze notturne. Devo
prendere un farmaco continuativo per il reflusso gastrico: non mi pare un’emergenza,
quindi attendo. Un tizio scende da un mezzo della Croce Rossa e mi chiede se ho
suonato il campanello. Lo suona lui, avvertendomi che farà in fretta; chiede un
farmaco per un paziente e un altro per una collega. Paga, infila i soldi nel
bussolotto, saluta e se ne va.
Finalmente si alzano le serrande della farmacia. Sono
le otto e fa già un caldo boia. Talmente caldo che la gente non ha neanche
voglia di parlare. E io, cosa inventerò nei miei discorsi da bar? Al prossimo
caffè.

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