IL SOL DELL'AVVENIR
Guardo certi titoli di giornale che raccontano di
prossime elezioni politiche decise sul filo di lana, come quelle gare di
atletica in cui, per arrivare primo, il vincitore allunga pure il naso sulla
linea del traguardo. Si decideranno per una manciata di voti e siamo già in piena
campagna elettorale. Questi, infatti, non schiodano: incollati alle poltrone da
ministri e sottosegretari come molluschi. Nonostante le teste che saltano e le
risse, ormai non più soltanto verbali.
Quando ho letto che Giuli e Salvini, durante un Consiglio
dei ministri e non al bar sotto casa, stavano quasi per venire alle mani, mi
sono ammazzato dalle risate. E poi lei, la camerata Giorgia, intenta a
dividerli. Me la immagino: “Aho, ma che state a fa’? Ricomponeteve!”. Ma io
dico: fatti gli affari tuoi e lasciali gonfiarsi di botte, che magari usciva
pure un video virale nel giro di pochi minuti.
E poi, diciamolo: non ci sono più i fascisti di una
volta. Una volta, appunto, questi camerati, tutti maschioni alpha e virili, si
prendevano allegramente a cazzotti mentre gli altri intorno li incitavano.
Altro che separarli. Ora invece sono diventati tutti pacifici e chicchettosi.
Tutti no, certo, ma andiamo avanti.
Dicevo dunque che le prossime elezioni si decideranno
per un gruzzoletto di voti e che diventeranno decisivi quelli raccolti dai
partiti tra il tre e il cinque per cento. E questa cosa mi ricorda parecchio la
Prima Repubblica, quando liberali, repubblicani e socialdemocratici, dentro i
governi del pentapartito, facevano pesare fino all’ultimo voto. Prendevano il
due per cento, più o meno, ma senza quei pochi deputati e senatori il governo
non stava in piedi.
Ed ecco allora i socialdemocratici che si
accaparravano puntualmente il ministero delle Poste, dove facevano assumere un
sacco di gente che poi, per riconoscenza, li votava. Si chiamava clientelismo.
Oggi c’è l’amichettismo che, grosso modo, è la stessa cosa: e così ti capita
pure di vedere un ginecologo alla Corte dei Conti. E non sto scherzando.
Così rischiamo che il prossimo governo venga deciso da
quel camaleonte di Calenda, che si butta da una parte o dall’altra a seconda di
come si sveglia la mattina. O addirittura dal generale Vannacci. E se
quest’ultimo dovesse risultare decisivo, potrebbe fare come i socialdemocratici
ai bei tempi della Prima Repubblica. Solo che, invece di chiedere il ministero
delle Poste, magari riempirebbe le città di carri armati e andrebbe a caccia di
neri e comunisti come se niente fosse.
E allora sì che, per dirla senza raffinatezze,
sarebbero cazzi amari.
O forse no. Perché, come diceva quel compagno che però
nella vita non ne ha mai azzeccata una: “tanto peggio, tanto meglio”. Con la
gente che finalmente si rivolterebbe compatta e, senza bisogno di questa
sceneggiata elettorale, ci prenderemmo di prepotenza il Quirinale, Palazzo
Chigi e tutto il resto. Con gli occhi lucidi a cantare l’Internazionale.
Ma mi sa che è solo un sogno.
Adelante, compañeros!

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