ADELANTE (settimanale del quasi elettore di sinistra)
Per conto mio, quelli della Flotilla sono veri e
propri eroi. Grazie al loro coraggio il mondo può avere maggiore contezza dei
crimini commessi dallo Stato d’Israele contro i palestinesi. E quando penso a
queste persone che si sono imbarcate sapendo perfettamente cosa le aspettava,
mi sento quasi una merda. Perché, mi chiedo, cosa faccio io, ogni giorno, per
seguire il monito del vecchio Guevara, quello che invitava a sentire nel
profondo del cuore tutte le ingiustizie commesse in ogni angolo della terra.
Certo, in piazza ci sono sceso mille volte, ho scioperato rinunciando a qualche
soldo sempre prezioso… però vuoi mettere?
Io, parliamoci chiaro, una cosa del genere non la
farei mai. Già l’idea di salire su una barca mi darebbe un’ansia che non
basterebbe una cassa di Lexotan. Il mare l’ho frequentato poco: qualche tuffo
d’estate, un paio d’inverno quando ero imbriaco
perso, e qualche traghetto per andare in vacanza, soprattutto in Sardegna.
Una volta ho pure attraversato la Manica in ventisei ore di viaggio fino a
Londra. Ma lì, al porto, non mi aspettavano gli infami dell’IDF: solo guardie,
bobbies, gente normale. E poi vuoi mettere il mal di mare, i posti scomodi,
l’ansia, lo stress, la paura di non tornare a casa. Io, rispetto a chi ha
affrontato tutto questo — e magari si è dovuto pure sorbire le stronzate di un
La Russa qualsiasi che li accusa di propaganda — sono un pusillanime che quasi
se ne frega dei problemi dell’umanità. Mentre loro aspettavano di essere
abbordati da quei soldati, io ero preso dalle mie faccende quotidiane, da buon
occidentale sufficientemente benestante, senza il problema del pranzo e della
cena. Un’altra vita rispetto a quella dei poveracci nei campi di Gaza.
Poi però penso che questi sensi di colpa sanno tanto
di cattolicesimo e non servono a niente. Ognuno fa quel che può. Io sono stato
parte dell’“equipaggio di terra”, di quelli che hanno manifestato solidarietà
con i naviganti della Flotilla. E non è poco. Perché dietro di me chissà quanti
stronzi indifferenti a tutto ciò che accade nel mondo ci stanno. E quanti, come
quello squallidone del presidente del Senato, sono addirittura infastiditi da
questa storia della Flotilla.
Io, per conto mio, ripenso a quello che diceva sempre
il vecchio Che: il passo della rivoluzione è quello del compagno più lento.
Belle parole. E mi ci faccio pure una risata, pensando che se andiamo al passo
mio, avoja a magnà patate. Adelante.

Commenti
Posta un commento