LA ROMA E' UNA COSA SERIA (settimanale non incom)

Secondo un ritornello usato e abusato, per il tifoso l’ultima di campionato somiglia all’ultimo — o agli ultimi — giorni di scuola. Almeno quelli di una volta, dei quali continuo a conservare un certo dolce ricordo. Quando, per concludere bene una stagione accompagnata da equazioni, capitoli di storia e botte di letteratura e, per i più fortunati, di latino e greco, si ricorreva alle interrogazioni last minute: colloqui con l’insegnante di turno che avvenivano, spesso, in posti ancora in attesa di omologazione, tipo i corridoi. Poi magari si strappava un sei riparatore o un rinforzante sette, e le vacanze erano salve. Tutti al mare. O altrove, a seconda dei gusti.

Anche l’ultima di campionato può rivelarsi decisiva per le sorti della stagione della squadra del cuore e, quindi, condizionare gli umori estivi del tifoso che se la vive con patologia ossessivo‑compulsiva. Per esempio: la Roma, proprio all’ultima giornata, doveva vincere a Verona per guadagnarsi l’agognata qualificazione alla prossima Champions League, la competizione più prestigiosa e più remunerativa dell’intero orbe terracqueo.

Che poi conosco tifosi romanisti di provata fede che dicono, più o meno saggiamente: “Ma in Champions che c’annamo a fa’? A prendere sveglie contro corazzate tipo Bayern Monaco o Real Madrid?”. Però quelli ancora più saggi e assennati rispondono che sì, in Champions si partecipa senza alcuna aspettativa di successo, ma il club può incassare decine e decine di milioni utili per rinforzare la squadra e, magari, per vincere lo scudetto. E poi vuoi mettere le rosicate? Non solo dei laziali, che ormai sono abituati, ma anche di juventini e milanisti, abituati a certi palcoscenici europei e che invece il prossimo anno dovranno accontentarsi di competizioni minori. Il tifoso vive pure per questo: per vedere soffrire gli avversari che, più che avversari, sono nemici in una sorta di cinico sadismo applicato al pallone.

E comunque, senza dilungarsi troppo, pure a Verona non ci si poteva andare. Da residente a Roma o provincia ero squalificato anche per quest’ultima trasferta stagionale, impossibilitato ad acquistare un biglietto con mezzi leciti, salvo accrediti in omaggio. E anche per quest’ultima ho preferito condividere la reclusione con altre migliaia di romanisti abituali trasfertisti, costretti a questo supplizio: guardare la partita in televisione. Lo confesso: non sono più abituato a vedere la Roma dal piccolo schermo e devo dire che mi provoca un livello di ansia e sofferenza addirittura maggiore rispetto alla visione live. Perché dalla TV vedi tutto, addirittura i replay: non ti sfugge niente o quasi, e non puoi nemmeno insultare l’arbitro o il giocatore avversario sperando che i tuoi strali arrivino a destinazione. O discutere animatamente col tifoso nemico alloggiato a pochi metri dal settore ospiti. Insomma, te la devi vivere con te stesso, facendo ricorso a una forza interiore che nemmeno sapevi di possedere. E poi il pre‑partita sembra surreale: passare dal TG di Mentana alla diretta dal Bentegodi dà quasi un senso di straniamento.

Infine — per non allungare troppo il brodo — la Roma ha vinto, come da pronostico, contro il già retrocesso Verona, al termine di una partita combattuta e accompagnata da emozioni forti. Siamo in Champions League dopo sette anni: torneremo ad affrontare i grandi club d’Europa e a frequentare stadi a cinque stelle, tipo il Bernabeu ristrutturato. Con possibilità di successo ridotte al lumicino e con la certezza che biglietti e abbonamenti costeranno di più. Molto di più. Tipo la benzina dopo la chiusura dello stretto di Hormuz. Però ne vale la pena, perché sai quegli altri quanto stanno a rosicà? E sempre forza Roma.

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