PER FORTUNA CHE C'E' RICCARDO (discorsi da bar)
 

Al bar c’è un tizio che incontro spesso, soprattutto il sabato mattina. Oggi ha consegnato all’uomo dietro al bancone — quello che di solito prepara caffè e dolci — un foglietto con le giocate del giorno. Scommesse sportive, ovviamente. Calcio, e cos’altro, nel paese dei santi, dei poeti, dei navigatori e dei CT della nazionale?

Lo ammetto: quel tipo mi sta antipatico a pelle. Ha una voce stridula, quasi stonata, come un cantante che sbaglia nota e ti graffia i timpani. Ma non è solo il timbro a irritarmi: è la sostanza. Discorsi banali, da bar, senza un briciolo di profondità. Stamattina, per esempio, pontificava sul fatto che “non bisogna lamentarsi, il lavoro serve”. Lo diceva rivolto a una giovane donna già pronta per l’ufficio o per qualche negozio. Io, invece, ero lì in pantaloncini, pronto per il mare.

Quella frase — il lavoro serve — mi ha fatto riflettere. E incazzare. Possibile che non si riesca nemmeno a immaginare una società liberata dalla schiavitù del lavoro salariato? Ma erano pensieri fugaci, mentre ordinavo il mio decaffeinato a prova di colesterolo e trigliceridi.

Intanto il tizio, in attesa che le sue scommesse prendessero forma, continuava il suo monologo. Era passato a decantare le virtù del suo cagnolino: una piccola bestia bianca che, non si sa come, riesce a occupare metà del locale. Sempre in cerca di scarpe da annusare e di coccole. Lo confermava anche lui, il padrone dalla voce stridula: “È un meticcio dolce, sempre alla ricerca di carezze. È anche terapeutico”. Lo stesso che poco prima aveva celebrato la potenza taumaturgica del lavoro salariato.

Io, intanto, mi scansavo, stufo sia delle chiacchiere sia del cagnolino che si avvicinava minaccioso alle mie Converse del giorno. Niente da fare, piccolo meticcio: io sono così, refrattario alle coccole, più incline — oggi — alla lotta dura e senza paura. Magari per abbattere quel sistema fondato sullo sfruttamento e sul lavoro salariato.

Belle parole. È ancora maggio e fa già un caldo feroce. Si sente, si vede. E al prossimo decaffeinato.

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