SCENDE ALLA PROSSIMA? (non sostare sugli scalini)
E chi se lo scorda quell’avviso che stava dentro agli autobus di una volta, quelli dai colori vivaci — il verde bottiglia, l’arancione acceso — con la scritta perentoria: “Vietato sostare sugli scalini”. Una regola che veniva sistematicamente ignorata, e non certo per spirito di disobbedienza civile, ma per pura necessità: quando l’autobus era pieno, e spesso lo era pieno come n’ovo, anche uno scalino formalmente proibito diventava un approdo accettabile pur di arrivare a destinazione.
Un’altra regola, valida ieri come oggi, è quella di non piazzarsi davanti alle porte d’uscita. E anche qui, inutile dirlo, accadeva e accade ancora di vedere l’esatto contrario.
Tutta questa divagazione per dire che, nella mia (quasi) quotidiana avventura sui mezzi pubblici romani, mi è capitato di dover faticare più del solito per scendere alla mia fermata. Davanti alla porta c’era un tizio molto robusto, con uno zaino che sembrava contenere attrezzi da lavoro o comunque qualcosa di pesante. E, per non farmi mancare nulla, a ostruire l’uscita c’era anche una giovane donna, altrettanto corazzata, con la divisa di un istituto di vigilanza. E si sa, a me tutto ciò che sa di guardie e sicurezza piace poco. Sono fatto così, probabilmente male.
Ma il punto, a quell’ora del mattino, non era il mestiere della ragazza: era lo spazio vitale necessario per scendere. Con due figure così imponenti a presidiare la porta, scatta il solito gioco di sguardi e di movimenti. Ti avvicini, lanci un’occhiata, speri che basti la mimica — un cenno, un’espressione — per far capire che devi scendere. Magari eviti pure le parole di rito, tipo “scende alla prossima?”, confidando nella telepatia urbana.
E invece no. Questi due non ti considerano minimamente: immobili, impassibili, sembrano gendarmi pronti a chiedere i documenti a un posto di blocco. A quel punto ti mordi le labbra: potevo dirlo, potevo usare la parola, verba volant sì, ma stavolta avrebbero fatto comodo.
Resta solo la soluzione estrema: trovare un pertugio, una finta di corpo, un dribbling da calciatore per eludere il blocco umano formato dal tizio con lo zaino e dalla vigilantes. E se non basta, si passa alle spallate. Quanno ce vo’, ce vo’.
E intanto ti torna in mente quell’avviso di una volta: Non sostare sugli scalini. Che poi, quando l’autobus era pieno — e lo era quasi sempre — quella scritta faceva pure ridere.
Alla prossima corsa.

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