SCENDO ALLA PROSSIMA 

Dalla guerra tra poveri a quella tra pendolari, utenti delle più disparate linee del trasporto pubblico, la distanza è più breve di quanto si creda. E non solo per una semplice affinità semantica. 

Non tutti coloro che frequentano, con diversa assiduità, i treni della famigerata Metro Mare — già Roma‑Lido e, con involontario slancio comico, Freccia del Mare — sono necessariamente dei poveracci. Non conosciamo la dichiarazione dei redditi di chi affolla i convogli diretti da e per il mare di Ostia, anche se è lecito escludere tra i clienti più fedeli chi può ignorare l’aumento del prezzo della benzina o permettersi un taxi senza battere ciglio. Eppure, anche all’interno di quelle classi che potremmo collocare tra lower e middle, le differenze restano evidenti: tra l’impiegatuccio ben vestito e curato e l’edile romeno in tuta da lavoro già dalle prime ore del mattino c’è ben poco da spartire.

 

Se ragioniamo in termini di costruzione di un soggetto sociale che non dico rivoluzionario, ma almeno ribelle — con tutte le sue storture e contraddizioni — appare chiaro che esistono terreni ben più fertili di una banchina qualunque della già citata Metro mare. 

E tuttavia, ci sono momenti e comportamenti che uniformano, quasi omogeneizzano (fatte le dovute eccezioni, che per definizione confermano la regola) i diversi pendolari di questa linea speciale. L’attesa sulla banchina, ad esempio, che si fa via via più tesa man mano che s’avvicina l’ora fatale: quella prevista per l’arrivo del treno successivo, uno ogni venti minuti — da sei anni a questa parte, tanto per ricordarlo. 

Ecco allora uomini e donne accalcati che si avvicinano minacciosamente alla linea gialla, quella che gli speaker invitano sempre a non oltrepassare. E quando il treno arriva, tutti si portano a ridosso delle porte in attesa che si aprano. A quel punto si sfiora il faccia a faccia con chi, giunto a destinazione, vorrebbe semplicemente scendere. Incontri ravvicinati che talvolta degenerano in accesi diverbi, risse verbali e, più raramente (ma non impossibile), contatti fisici. 

Il problema è uno soltanto: entrare rapidamente in carrozza per accaparrarsi un posto a sedere. Perché viaggiare in piedi è davvero faticoso. E così le distanze sociali, economiche, perfino di classe, tra l’impiegatuccio tutto pettinato e il muratore arrivato da Timisoara con la tuta sporca del giorno prima, tendono ad attenuarsi. C’è un unico obiettivo: viaggiare seduti. Come nell’epico pezzo di Stefano Rosso, Via della Scala – Letto 26: «sul 28 ogni mattina si sale dietro e poi si va, e ognuno cerca di far prima». Ben detto. 

Altro che soggetto rivoluzionario: è guerra tra pendolari. Si salvano solo quelli che possono permettersi la macchina o un comodo taxi. Upper class, beati loro.

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