SCENDO ALLA PROSSIMA (ci scusiamo per il disagio)
Oggi il treno si è rotto. O, per essere più precisi, è arrivato in stazione già rotto. Io ci sono salito comunque, costretto pure a uno scatto degno del miglior Pietro Mennea. Marcell Jacobs manco lo nomino: sono vintage e, poi, ricordo che l’atleta mezzo italiano e mezzo yankee seguiva sui social quel beota di Matteo Salvini. E questo mi è bastato per rendermelo antipatico. Sono fatto così.
Comunque, di corsa ma senza affanno, ero salito sul treno guadagnandomi addirittura un posto a sedere: perfetto per leggere in santa pace. Accanto a me due persone di stazza media, niente sovrappeso né muscolature impegnative. Non è cattiveria né body shaming, ma lo spazio è ridotto e non mi va di stare spalla a spalla di prima mattina col primo che capita. Sono strano, lo so.
Seduto, leggevo impegnative pagine di filosofia moderna (sono arrivato quasi all’Ottocento), ma il treno non partiva. Prove tecniche di trasmissione: porte che si aprivano e chiudevano con scricchiolii inquietanti. Tanti mugugnavano; qualche vecchio saggio, come un marinaio che ha navigato su tutti i mari, già prediceva il peggio: “Vedrai che mo’ ce fanno scenne”. Dove “mo’” è un avverbio di tempo. Mi piace essere preciso con la grammatica.
Detto fatto: ci hanno fatto scendere. Un annuncio breve ma perentorio. “Si pregano i passeggeri di scendere perché il treno è guasto. Prossimo treno tra pochi minuti. Ci scusiamo per il disagio.”
Ma quali scuse! Ti pare normale? Organizzi da anni un piano orario vergognoso, con un treno ogni venti minuti (ventidue nei festivi) per pendolari e utenti di un quadrante da duecentomila abitanti, e non riesci neanche a garantire un convoglio sano? Nemmeno uno ogni venti minuti? In questi casi m’incazzo parecchio e cerco la complicità degli altri poveracci scesi dal treno. Ma niente: solo facce scorate, rassegnate. Gente che lo sa che questa storia del treno rotto, prima ti fanno salire e poi scendere, succede periodicamente. Come la pioggia: ogni tanto devi portarti l’ombrello. O come il sole basso di fine maggio che, mentre guidi, dà fastidio come la nebbia. Senza i vetri appannati, però.
Almeno lo speaker è stato di parola: cinque minuti d’attesa e un nuovo treno è arrivato. Stavolta, però, niente posti a sedere, e la storia dei fenomeni e dei noumeni di Kant me la sono fatta tutta in piedi. Riflettendo se questa vicenda dei treni rotti sia solo un’esperienza sensibile o una cosa in sé. Pure nella Metro Mare c’è un bel po’ di filosofia.
Alla prossima corsa.

Commenti
Posta un commento