IL SIGNORE DELLA PROSTATA
Quando ero un imberbe adolescente consideravo ‘vecchi’, tutti coloro che avessero, almeno, più di quarant’anni. Talvolta appiccicavo l’etichetta anche a soggetti più giovani, ad esempio a coloro che avevano appena superato i trenta, l’età che comporta, come mi disse un mio amico ormai perduto chissà dove, il cambio della targa davanti.
Ma questi vecchi over quaranta o, addirittura, over trenta cos’hanno ancora da chiedere alla vita, mi domandavo. Al massimo, gli attribuivo la funzione di spremersi per consentire a noi giovanotti, ancora con tutta la vita davanti, di crescere meglio, più sani, belli e scanzonati.
Poi, il tempo passa e, man mano che passa, ti abitui a tutte le età. Vivo in un tempo assai differente da quello dei miei genitori o, ancor di più, dei miei nonni. Un tempo durante il quale si diventa adulti più lentamente e quasi ci si ostina ad apparire sempre giovani. La vecchiaia, insomma, è una specie di spauracchio da allontanare. Ci sentiamo ancora giovani indossando abiti sbarazzini, facendo sport, sforzandoci, nonostante gli acciacchi, a sentirci come quando avevamo, non dico vent’anni, ma almeno trenta.
Poi, di tanto in tanto, accadono cose che, improvvisamente, ci fanno tornare con i piedi in terra. Ad esempio, qualche giorno fa mentre ero in una sala di attesa di un ambulatorio medico e aspettavo il mio turno per sottopormi a una fastidiosa risonanza magnetica (è l’età), un’infermiera con tono assai spiccio e determinato ha chiesto, perentoria; dov’è il signore della prostata? Ecco, quel signore ero io e, quindi, ho alzato la mano e mi sono presentato.
Però, devo dire, che l’ho presa con estrema filosofia e mi ci sono fatto una risata prima di lasciarmi risucchiare dal tubo predisposto per la citata risonanza magnetica.
Quando avevo vent’anni e immaginavo cosa potessi essere a cinquanta, beh,
cadevo in uno sconfortante abisso mentale. Ora che la mezza piotta l’ho passata
e pure da un po’ di tempo non mi resta che sfoderare quella splendida arma
rappresentata dall’ironia. Ricordando che, in fondo, non è mai una buona cosa
prendersi troppo sul serio.

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