VIOLINO STONATO (discorsi da autobus)
Dentro il vagone del piccolo treno c’era un silenzio insolito. Prime ore del mattino, primavera già inoltrata, giacchetti leggeri sufficienti a difendere dagli sbalzi termici e dai raffreddori fuori stagione. Niente aria condizionata, per ora. Fuori è già chiaro: che differenza rispetto a qualche mese fa, quando prima delle sette il buio rendeva ancora più mesta la condizione dei lavoratori salariati, mezzi addormentati e rassegnati.
Un silenzio strano, quasi sospetto. Oggi è difficile salire su un vagone — affollato o meno — senza imbattersi in qualche molesto utilizzatore di smartphone. Quelli sempre attivi sulle app di messaggeria, forse per far sapere al mondo che hanno una vita sociale traboccante: chat per il regalo di compleanno, chat storiche con amministratori più zelanti di un condominio, chat che non finiscono mai. E poi le notifiche, i vocali ascoltati a volume indecente, i video di Instagram con colonne sonore onnipresenti. Le telefonate, soprattutto: toni alti, conversazioni che sembrano rivolte all’intero vagone, come se a qualcuno potesse interessare.
È successo anche ieri, nel primo pomeriggio. Accanto a me una signora passava da una telefonata all’altra, aggiornando chiunque sui suoi impegni: prima a casa per un pranzo veloce e un caffè, poi dal parrucchiere per una tinta urgente. In mezzo, commenti sul lavoro e sui figli — suoi o di qualcun altro — tutto rigorosamente offerto gratis e senza richiesta.
Poi è salito un improvvisato suonatore di violino. Ha attaccato con una melodia triste, stonata, e una ragazza seduta di fronte a me ha stretto i denti in un moto di dolore, o almeno di fastidio. Ho pensato, bonariamente, che quel tipo meritasse comunque un po’ di comprensione: uno dei tanti che cerca di guadagnarsi da vivere come può. Anche fingendo di saper suonare un violino. E con un pizzico di cinismo, dopo l’ennesima stecca, mi è venuto da pensare: e se gli proponessimo di pagarlo solo per smettere questo lamento? Quanto so essere cattivo, ho riflettuto.
Intanto la signora delle telefonate era scesa, diretta verso il suo caffè e
il parrucchiere. Più cattiva di me? Boh. Alla prossima corsa.

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