ARTIGIANI DI SCRITTURA
Da qualche anno, ormai, ho l’abitudine di scrivere quotidianamente qualche riga. Appunti sparsi riguardanti qualsiasi oggetto possa passarmi per la testa, dal tentativo di analizzare realtà complesse alle piccole beghe di condominio o di autobus. In realtà, preferisco le seconde.
Ho notato, tuttavia, che si tende sempre più a comunicare attraverso forme meno impegnative della lettura di un testo scritto. Basta un’immagine, una foto, una vignetta, un Meme.
Mi raccontava qualche giorno fa un’amica che, da qualche tempo, alla lettura di romanzi scritti preferisce i cosiddetti audio libri. L’ascolto e non la visione.
Ora, mi domando e dico, ha ancora senso scrivere compulsivamente e quotidianamente se, poi, difficilmente qualcuno leggerà, apprezzando o criticando quel che ha letto?
Diminuiscono i ‘lettori’, non solo di libri ma anche di piccoli articoli di giornale, non a caso sui siti dei principali quotidiani si riporta, addirittura, il tempo di lettura come a dire, dai che ce la puoi fare, figuriamoci di blog o riflessioni sparse su posti e tweet di vari social. E, infatti, su alcuni social, appunto, è ammesso un numero limitato di caratteri; come a dire, scrivi pure ma non t’allargare troppo che finiresti per diventare pedante e tedioso.
Comincio a pensare, quindi, che chi scrive somiglia tanto a quegli artigiani che con le loro belle mani creano oggetti raffinati e anche geniali ma generalmente resi inutili dalla modernità tecnologica e, tutto sommato, con scarsa domanda di mercato.
Una specie di categoria in via d’estinzione, ecco. Del resto, si vendono
sempre meno giornali e meno libri e basta partecipare a una chat di what’s up
per capire come, ormai, la comunicazione si riduca sempre più a poche parole,
omettendo spesso per comodità e rapidità, articoli e congiunzioni; si spiegano
concetti attraverso immagini e quelle insopportabili figure colorate contenenti
una frase che, insomma, dovrebbe illustrare con poche parole situazioni
complesse. Una riduzione del pensiero logico ai minimi termini, insomma; e in
questo mondo chi scrive si sente un po’ come l’ultimo giapponese che combatte,
ancora, una guerra già finita da un pezzo. Alla prossima.

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