NAZIONALE E CITTADINANZA
Nella serata di ieri, spaparanzato sul divano del piccolo salone della casa
in cui vivo, guardavo ‘alla televisione’ la partita della nazionale. Come
sempre, senza tensione emotiva, i risultati della squadra che veste d’azzurro
forse e ancora in omaggio alla casa Savoia, non modificano il mio umore e non
mi consegnano a stati d’alterazione mentale come quelli, giusto per ribadirlo,
dell’Associazione Sportiva Roma.
E, pure, sapevo dell’importanza di questa partita, già decisiva per
garantire, o meno, un posto alla fase finale dei campionati mondiali di calcio
che si svolgerà nell’estate dell’anno 2026 in tre paesi, Canada, Messico e
Stati Uniti, buttati lì in ordine alfabetico e, in parte, anche di simpatia.
Ora la nazionale italiana non partecipa a una fase finale di un campionato
mondiale dall’anno 2014, ormai più di dieci anni fa, e la cosa è stata
ricordata anche dal CT Luciano Spalletti
cha ha ricordato, appunto, come i bambini che, attualmente, hanno intorno
ai dieci anni (beati loro) non hanno mai visto una partita della nazionale
italiana ai mondiali. Pazienza, sarebbe il caso di dire, ma va beh…
Ora, dopo aver assistito alla partita di ieri, disputata a Oslo dove
pioveva che Dio la mandava e c’erano dieci gradi (beati loro), la possibilità
che questi bambini possano, finalmente o loro malgrado, guardare gli azzurri
sfidare, magari, il Brasile o l’Argentina, si sono ridotte considerevolmente.
L’ottima Norvegia allenata da un tizio che si chiama Solbakken ma che ha poco a
che fare col calciatore arrivato in Italia e nella Roma qualche anno fa, ha
strapazzato gli azzurri. Tre a zero, con reti segnate già nella prima mezz’ora.
Una vera e propria tragedia sportiva che, probabilmente, riaprirà i
meschini dibattiti sulla crisi del calcio italiano, con personaggi che ci
parleranno di settori giovanili senza aver mai visto un allenamento di
ragazzini in vita loro o di stadi da rifare, magari assecondando le mire
speculative di chi, appunto, col pretesto di costruire nuovi impianti sportivi ci
viole propinare l’ennesima speculazione immobiliare. Senza che questo possa
contribuire a riportare la nazionale italiana ai mondiali.
Io, invece, guardando la partita e le straordinarie gesta tecniche e
atletiche di un calciatore norvegese, Antonio Nusa, pensavo, addirittura a uno
dei quesiti referendari di domenica prossima. E che c’entra? Ecco, questo
ragazzo di appena vent’anni che ha fatto impazzire tutte i difensori italiani
e, anche, qualche centrocampista, non ha certamente l’aspetto di un vichingo o
di un ragazzo del nord Europa. Diversamente, ha origini nigeriane. Come
quell’altro e ottimo calciatore della nazionale tedesca e del Bayern Monaco,
Jamal Musiala. E pensavo, quindi, e, lo riconosco, con un po’ di sociologia
spicciola, che anche nel calcio il futuro appartiene soprattutto a questi
ragazzi che vengono o hanno origine da posti del sud del mondo. E che in
Italia, difficilmente, avremo a breve un calciatore di origini africane bravo
come quelli citati sopra, perché acquisire la cittadinanza è un’impresa
titanica. E qualcuno dice che, addirittura, bisogna meritarsela. Intanto
domenica si voterà anche per ridurre i termini per chiedere la cittadinanza,
passaggio non solo formale e burocratico, da dieci a cinque anni e per cambiare
la norma di una legge che risale al 1992 quando il governo era presieduto
ancora dal divo Giulio Andreotti. Ma, probabilmente, interesserà a pochi. Con
buona pace di chi è nato in Italia, ci studia e ci lavora da un pezzo ma che
non può neanche partecipare a un concorso pubblico. Oppure, e perché no,
giocare in nazionale. Alla prossima.

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