SCENDE ALLA PROSSIMA? (settimanale dall'autobus)
Mi piace osservare quando sono su un treno o su un vagone della metropolitana. Osservo discretamente, anche quando sembro assorto tra le pagine del libro che tengo stretto tra le mani come una piccola reliquia. Intanto, nelle orecchie mi arrivano le voci degli altri passeggeri: dialoghi inutili, banali, cordialità di riporto. Come stai? Che hai fatto ieri? Oppure il collega che oggi non c’è e quindi si può criticare liberamente. Altre conversazioni, invece, riescono perfino a distrarmi dalla storia del libro della settimana.
Mi piace immaginare le vite di queste persone che viaggiano con me e che non conosco. Cosa raccontano quegli sguardi assonnati? E quelli sorprendentemente vispi già di buon mattino? Il look offre indizi inequivocabili: di cosa si occupano, qualcuno direbbe cosa fai nella vita. Sono un cameriere, rispose quello a quel genio di Bertolt Brecht, che replicò, arguto: lei non è cameriere, lei fa il cameriere.
Ci sono quelli con le tute da lavoro, colori vivaci che non hanno nulla di estetico: arancione soprattutto. Ricordo un signore grande e grosso che incontravo spesso, di buon mattino, qualche mese fa. Indossava una tuta arancione non proprio fresca di bucato e aveva una voce forte, acuta ma non sguaiata. Fastidiosa per chi tenta di leggere Platone o gli atomisti, certo, ma i suoi racconti da cantiere erano sorprendentemente interessanti, un’umanità che conosco poco.
Poi ci sono quelli vestiti più “carucci”, qualcuno addirittura elegante. Ma il casual ha conquistato anche gli impiegati di un certo livello, forse promossi a quadri o funzionari.
Tra tutte le figure, però, ultimamente mi incuriosiscono gli studenti. Giovani, giovanissimi. E con il tempo che corre mi accorgo che i loro genitori potrebbero essere più giovani di me. Per quanto cerchi di adeguarmi al presente, la distanza tra me — quasi boomer — e questi adolescenti o freschi universitari resta incolmabile. Ascoltandoli mi chiedo quali studi abbiano scelto. Lo ammetto: disprezzo cordialmente, e miseramente, certe scelte scolastiche. Gli istituti tecnici, o peggio ancora gli alberghieri dove si studia cucina e si fanno ricevimenti da sala. Pare vadano forte. Preferisco gli studi umanistici, lo confesso con la presunzione di un radical da strapazzo.
Oggi, per esempio, mi sono seduto vicino a tre ragazze con un’ottima proprietà di linguaggio e una buona capacità di ragionamento. Stranamente abbiamo condiviso l’intero tragitto, dal trenino alla metropolitana. Solo alla fine ho capito che probabilmente non erano liceali, ma universitarie. Lettere, forse. Beate loro, perché — come diceva quello — quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia. E io lo so bene.
Alla prossima corsa.

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