LA ROMA E' UNA COSA SERIA (diario settimanale) 

Eccomi qui. Non scappo mica. Anzi: nel momento del bisogno, quando il cielo sembra coperto da nuvoloni neri neri che chissà quanta acqua verrà giù, io ci sono ancora di più. Del resto, si sa: il vero tifoso si vede nei momenti difficili. Quando si vince — non dico sempre, perché sempre non è proprio roba nostra, ma spesso — so’ tutti bboni a fare i tifosi. 

Ora, non è che la Roma stia attraversando chissà quale periodo buio. Abbiamo visto di peggio: basta ricordarsi l’inizio della scorsa stagione, quando in panchina c’era una specie di allenatore con i capelli unti e la passione per il metallo hard-core, e che ci stava, non dico a mandare in B, ma quasi. Tanto che toccò chiamare il Sor Claudio, il maestro di San Saba, che piano piano ha aggiustato tutto. Come quando buchi una gomma in autostrada e non sai da dove cominciare perché, come me, non sei capace manco a cambiarla. Non so se il paragone è perfetto, ma per oggi me lo faccio bastare.

 

L’ultimo weekend calcistico, con una callaccia che già invitava ad andare al mare, non è stato particolarmente confortante. I nostri si sono battuti, hanno dato tutto contro l’ostica Atalanta, ma non è bastato. Un pareggio che, sommato all’inevitabile vittoria del giorno dopo dell’odiata Juve contro un Bologna che non faceva tremare nessuno, ci ha allontanato definitivamente dal quarto posto. Ovvero: dalla qualificazione alla prossima Champions League. 

E qui, come sempre, si dividono i cuori giallorossi. Pure su questo. Ognuno dice la sua, e ci sono partiti e correnti come ai tempi della Prima Repubblica e della vecchia Democrazia Cristiana. 

Ci sono quelli al passo coi tempi del turbo-liberismo applicato al pallone, che si disperano per l’ennesima mancata qualificazione alla coppa più prestigiosa. Perché, pur sapendo che in Champions andremmo a fare le comparse, sono convinti che la sola partecipazione porterebbe un botto di soldi nelle casse della società. E se vuoi crescere — dicono, con una certa sobrietà — dei soldi della Champions non puoi fare a meno. 

E poi ci sono gli altri, quelli che della Champions se ne infischiano. Anzi: dicono che è meglio una coppa “minore”. Non la Conference, che l’abbiamo già vinta con Mourinho, ma l’Europa League. Quella che ci rubarono a Budapest, in quella serata sciagurata contro il Siviglia. E che sogniamo ancora di vincere, se non altro per riparare all’ingiustizia di quella notte infame, con quel boiaccia dell’arbitro Taylor che ci negò un rigore grosso come una casa. 

Un amico, qualche giorno fa, mi ha scritto su WhatsApp dichiarandosi ostinatamente contrario alla Champions. “Ma che andiamo a fare contro Bayern e Real Madrid?” E si è proclamato, niente di meno, quintopostista: meglio quinti che quarti. Chi l’avrebbe detto. 

E io, da che parte sto? Oddio. Mi piacerebbe tornare a giocare la coppa più competitiva d’Europa, ritornare in stadi famosi che ormai vediamo solo in televisione. Ma allo stesso tempo non mi dispero se la Roma dovesse fare un’altra Europa League o, addirittura, una Conference. Che magari la rivinciamo, e per come siamo fatti noi saremmo capaci di festeggiare come se avessimo alzato la vecchia Coppa Rimet. 

Perché alla fine basta poco per rendere felice un tifoso della Roma: impegno e dedizione da parte di chi ha responsabilità. Che si ricordi sempre — come c’era scritto sabato scorso su un bello striscione — che la Roma è una cosa seria. Molto seria. 

E sempre forza Roma.

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