IL SOL DELL'AVVENIR (l'elettore di sinistra, riflessioni settimanali)

Insomma, questa non si dimette. Lo ha detto in Parlamento e lo ha ribadito anche sui giornali. Dopo il referendum e la vicenda di Del Mastro, dico la verità, un po’ ci avevo creduto. E per un attimo mi è sembrato di tornare a un tempo passato, quando di fronte all’ennesimo governo infame e antipopolare scendevamo in piazza gridando: “elezioni subito!”.

Poi però ci ho ripensato. Ma a noi, di sinistra — o del campo progressista, o come lo si voglia chiamare, campo largo — conviene davvero andare a votare subito?

Ci manca un programma, ci manca un leader o una leader, e quelli che dovrebbero formare quest’alleanza non sembrano così uniti e coesi. Già litigano tra loro se fare o non fare le primarie. E occhio anche a quel paravento di Renzi, che vuole candidare una delle sue: la sindaca di Genova, che si chiama Salis, come Ilaria, che si è fatta quasi due anni di galera in Ungheria.

E a proposito: finalmente ci siamo liberati di quel mostro di Viktor Orbán. Questa cosa l’ho pure festeggiata. Solo per dieci minuti, però. Perché poi sono andato a vedere il profilo, il curriculum di quello che ha vinto le elezioni ungheresi. Si chiama Péter Magyar: uno che dice di stare con l’Europa e con l’Ucraina. Magari è meno peggio di Orbán. Però fino a un anno fa stava nello stesso partito e solo dopo si è “ravveduto”. Ravveduto? Boh, speriamo.

Noi di sinistra, d’altronde, a questa storia dell’accontentarsi del meno peggio — del votare qualcuno che non ci piace ma che dovrebbe salvarci dalla deriva fascista, liberticida e reazionaria — siamo abituati da decenni. Mi ricordo ancora le elezioni del 2006: vent’anni fa, l’Italia vinceva pure i Mondiali. E con noi, con noi di sinistra, c’era pure Clemente Mastella. Sì, proprio lui, che fece anche il ministro della Giustizia. Però era “necessario” e io, con tutta la coscienza possibile e il senso di responsabilità di non consegnare il Paese alla destra — allora guidata sempre dal povero Silvione — andai a votare. Per il meno peggio.

E mica è finita lì. Poi mi è toccato ingoiare il rospo dei governi tecnici: prima Mario Monti, che ci mandava in pensione a settant’anni per risanare l’economia, poi un altro Mario, Draghi, che di mestiere fa sempre il banchiere.

Ecco, ci ripensavo proprio dopo queste elezioni ungheresi, ripercorrendo la storia di questo Paese negli ultimi decenni. Perché, a pensarci bene, tutto questo senso di responsabilità, questa coscienza di votare comunque il meno peggio, dove ci ha portato?

Che da Silvione siamo passati alla “camerata della Camilluccia”: La Russa presidente del Senato. E guarda se tra poco non ci toccherà pure vedere il generale Vannacci, che ne so, al ministero della Difesa o dell’Interno. No, quello sarebbe davvero troppo. O no?

Ecco, ho trovato l’antidoto: per non mandare al governo addirittura Vannacci, voterò ancora per il meno peggio. Anche se il programma lo scriverà quel furfante di Renzi — ti ricordi quando fece il Jobs Act?

Daje. E avanti, popolo, alla riscossa.

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