DISCORSI DA BAR (settimanale)
Di sabato al bar c’è più gente. E mi tocca pure
fare la fila, manco fossimo in un ufficio postale prima che la tecnologia
riducesse — o eliminasse del tutto — le code. Oggi le bollette si pagano online
e con l’app di Poste Italiane puoi prenotarti per qualsiasi operazione. Le code
alle poste, ripeto, sono modernariato: sopravvivono solo nei ricordi di chi non
è nato col telefonino in tasca.
Al bar, invece, per un caffè bisogna aspettare. E pure
per la “giocata” settimanale: due euro su otto partite per vincerne quasi
seicento. Che Dio volesse. Ma non vuole mai, a quanto pare.
Così, mentre aspetto il mio turno cercando di non dare
nell’occhio con l’insofferenza, mi becco i classici discorsi da bar. Ah,
dimenticavo: c’è pure il signore con l’immancabile cagnolino. Pare che ormai,
se non c’hai il cane, non sei nessuno. Ho visto moltiplicarsi i cani domestici
negli ultimi anni, diciamo dalla pandemia in poi. E penso che questa mania non
sia tanto amore per gli animali, quanto la ricerca di qualcosa che spezzi la
noia quotidiana. Una volta per lo stress consigliavano il Cynar, oggi un
barboncino.
Il tizio col cane, ecco, mi sembra proprio un
carciofo. Indossa una t‑shirt rossa — oggi fa un caldo che sembra già estate —
che però mette in evidenza una forma fisica non proprio olimpica. Insomma,
senza offesa, non me lo sceglierei per un doppio di tennis. Ha un mucchio di
giocate da fare, quindi mi tocca aspettare almeno dieci minuti. Nel frattempo
ascolto il suo fitto dialogo con un altro tizio che, seduto, studia le partite
del giorno. Parlano, niente di meno, che della Serie B.
Il Venezia è primo, per il secondo posto se la giocano
Frosinone e Monza. E qui scatta la narrazione complottistica: il tizio seduto,
con una maglietta da metallaro, sentenzia che in Serie A ci andrà il Monza
“perché c’hanno più soldi”. Nonostante la dipartita del povero Silvione e la
decisione dei rampolli, Marina e Piersilvio, di vendere tutto a un fondo
americano.
Io rimugino: perché il Frosinone non dovrebbe salire?
E soprattutto: se pensi che sia tutto deciso a tavolino, perché ci butti pure i
soldi sopra? Ma tengo tutto per me e continuo ad ascoltare gli impegnativi
discorsi sul pallone, materia sulla quale potrei quasi definirmi un’autorità,
tanto da partecipare a un simposio. Se solo lo volessi. Ma non lo voglio. Non
oggi, con questo caldo fuori stagione.
Finalmente faccio la coda — pardon, la fila come
la chiamiamo noi — gioco, pago alla cassa, saluto e abbandono la compagnia
casuale. Fuori cerco un po’ d’ombra. La trovo davanti a un’agenzia immobiliare.
Quando arriva la titolare mi saluta, forse pensando che io voglia (e possa)
comprare casa. Seeh, beata te: riesco a malapena a pagare l’affitto. E poi,
come diceva qualcuno, la proprietà è un furto.
M’ariconsolo con l’ajetto, insomma, salgo in macchina
e torno a casa. Sarebbe quasi da andare al mare, penso. E chissà se oggi il
Frosinone vincerà, smentendo il complotto del tizio vestito da metallaro.
Chissà. Alla prossima.

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