SILENZI

Un bel tacer non fu mai scritto. Certo, è ovvio. Restare in silenzio: talvolta se ne avverte l’esigenza come forma di protezione, perché la rabbia accumulata in giornate poco fortunate e avare di gioie rischia di farci scivolare in conversazioni scortesi. Meglio tacere, allora.

Qualche giorno fa leggevo, su una rivista letteraria rigorosamente online, la recensione di un saggio dedicato proprio al silenzio. L’autrice è Nicoletta Polla Mattiot, studiosa che da anni indaga questo tema con rigore, e che ha pubblicato di recente un libro dal titolo eloquente: Il silenzio è rivoluzione. Ascoltare il suono segreto della vita (Einaudi).

“Fate silenzio!” lo gridavano insegnanti disperate (e disperati) ai loro alunni troppo vivaci. Nell’infanzia e nell’adolescenza il silenzio è quasi un lusso che non ci si può permettere: il ragazzino taciturno è subito etichettato come timido o problematico, mentre quello rumoroso sembra incarnare una vitalità più rassicurante. Il silenzio diventa un bene prezioso solo con l’età, quando si affina una sensibilità diversa. Non è più un obbligo perentorio, se non in contesti ben definiti: ad esempio durante gli scambi tra due tennisti in un torneo ufficiale, con il giudice arbitro pronto a richiamare la folla.

Il silenzio può essere protesta, distacco, incomunicabilità. È necessario per leggere, per concentrarsi, per ascoltare davvero. Nei treni si paga persino per accedere all’“area silenzio”, quasi a certificare quanto raro e prezioso sia diventato: ridotto a bene di consumo, con un valore d’uso, uno di scambio e persino un prezzo. Il prezzo del silenzio potrebbe essere il titolo di un libro o di un film. Ma resta sempre valido il vecchio adagio: un bel tacer non fu mai scritto.

Soprattutto quando si rischia di dare troppo sfogo alla propria rabbia. Meglio riflettere, e il silenzio — nella sua discreta saggezza — serve anche a questo.

Alla prossima.

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