PE' PUZZA

Io non sono un boomer. Per poco, ma non lo sono. Ho controllato su Google — ho pure inserito un’appropriata chiave di ricerca, quanto so’ diventato bravo aho — e ho avuto conferma: appartengo a un’altra generazione. Pe’ puzza, ma a un’altra generazione. Tie.

“Pe’ puzza” mi piace. Mi riporta ai pomeriggi dell’infanzia, quando al cortile giocavamo a pallone per ore. Le squadre le facevano i capitani con le conte: pari o dispari, mi scelgo questo, io quell’altro. Una selezione naturale di provetti calciatori, mentre quelli che non venivano scelti subito si sentivano frustrati e umiliati come il fratello figlio unico del mitico Rino Gaetano. E quando la partita finiva, scattavano gli sfottò. I perdenti, con la rabbia in gola, dicevano ai vincitori: “Ma che ve ridete, che avete vinto pe’ puzza!”

Pe’ puzza appartengo alla Generazione X. X come la schedina del Totocalcio, quando mettevamo la crocetta sul pareggio sperando nel colpaccio. Generazione X, o — più poeticamente — generazione invisibile. Invisibile? Cioè, vorreste dire che stiamo passando su questa terra senza lasciare traccia? Poi qualcuno ti spiega che l’invisibilità nasce dal trovarsi nel mezzo: un mondo che moriva e uno che nasceva. E noi lì, a rincorrere la rivoluzione digitale per non essere tagliati fuori, non solo dal lavoro ma pure dalle relazioni.

Pensa che quando noi, quelli che non sono boomer pe’ puzza, vivevamo un’infanzia forse spensierata, c’era il telefono a gettone. Per cercare un amico dovevi suonare al citofono: “Che c’è tizio?” “No, è uscito.” Ammazza che jella. E mo’ che faccio, che avevo portato pure il pallone?

In questi giorni gira un grafico sui quotidiani nazionali: i risultati dell’ultimo referendum divisi per fasce d’età. Sono andato a scuriosare. Io appartengo proprio a quella fascia — e pure a quel genere maschile — che ha votato in prevalenza SI. Cioè, quelli della mia generazione, rinforzati da qualche boomer quasi in scadenza, hanno dato fiducia all’attuale governo. Fosse dipeso da loro, avrebbero già fatto i decreti attuativi della riforma costituzionale, e alcuni esponenti politici, impresentabili,  sarebbero ancora al loro posto, tranquilli e beati.

Ora, che la mia generazione fosse una generazione di cacca, io lo sapevo. Lo scrissi pure un quarto di secolo fa in qualche appunto sconclusionato — questa mania di scrivere ce l’ho da sempre. E come potevamo salvarci? Da adolescenti ci nutrivamo delle zozzerie trasmesse sulle reti di un tizio che poi si sarebbe buttato in politica. Nel ’94 vinse promettendo un milione di posti di lavoro. “Ma vaffanculo”, gli urlavamo in coro nelle piazze. Poi gli anni Novanta, poi il nuovo millennio: sempre peggio.

Poi, magari, sono arrivati questi nuovi giovanotti a salvarci dallo schifo più assoluto. E teniamoceli stretti. La mia generazione — quella che non è nemmeno boomer, pe’ puzza — è la peggiore del dopoguerra. Lo scrivevo già allora, quindi potrei pure mettermi una medaglia sul petto e dire: “Aho, io ve l’avevo detto e non c’entro niente. Ho votato NO come i ventenni e i trentenni!”

Però, come diceva quel genio che veniva pure prima dei boomer: per quanto voi vi crediate assolti, siete pur sempre coinvolti.

Ecco fatto. Beccate questa. Pe’ puzza. Alla prossima.

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