L'ELETTORE DI SINISTRA  (dopo la vittoria)

Lunedì mattina avevo addosso un’ansia che levate. Aspettavo con trepidazione che si chiudessero le urne e che alle 15 un Mentana qualsiasi annunciasse, urbi et orbi, i primi exit poll. Che poi, diciamolo, questi exit poll non è che siano sempre affidabili: vanno presi con la stessa cautela con cui si assumono certi farmaci pieni di effetti collaterali. 

Io, comunque, il mio dovere da (saltuario) elettore di sinistra l’avevo fatto con cura. Domenica mattina, presto, dopo aver comprato un quotidiano e ingoiato il solito decaffeinato a prova di reflusso, mi ero presentato al seggio. Di domenica e di buon mattino, quasi a voler scimmiottare i leader di un tempo, quelli che non aspettavano mai l’ultimo minuto per dare l’esempio. Nel mio caso, invece, l’orario era dettato da ragioni molto più prosaiche: la Roma giocava in casa, e a quella non si rinuncia per nessuna ragione al mondo.

 

Torno a lunedì. Mi interrogavo sull’esito della consultazione, facendo congetture basate sull’affluenza e su messaggi scambiati nervosamente con altri ansiosi come me. 

“Ammazza, quanta gente è andata a votare!” Molta più che alle ultime europee o amministrative, per non parlare di quei referendum abrogativi che non superano il quorum dai tempi di Checco e Nina. Come interpretare questo dato? Era tutta acqua per l’orto della destra fascista e reazionaria, come sostenevano i sondaggisti che ripetevano che più gente votava, più cresceva il Sì? Oppure quell’affluenza vicina al 60%, fuori da ogni previsione, significava altro? 

Un’amica ottimista mi diceva: “Guarda che sono andati a votare tutti quelli che non ci vanno mai.” E dunque? Chi sono questi astensionisti seriali che hanno ripreso la matita in mano? Probabilmente non sono elettori di destra, quindi buone nuove. Però — e qui partiva il mio pessimismo leopardiano — vallo a sapere come votano. Magari odiano i magistrati come il tifoso classico odia gli arbitri. O magari sono stati convinti da qualche meccanismo clientelare. Mah. 

Bisognava aspettare. Nel frattempo, leggevo commenti sui social, finendo perfino sulla pagina Facebook di Nicola Porro, frequentata soprattutto da elettori di destra che già si piangevano addosso: “Sono andati a votare tutti quelli che odiano il nostro buon governo.” Ho buttato un occhio anche su un sito di scommesse dove si puntava su tutto: sul referendum e, incredibilmente, anche sul ritorno di Gesù Cristo entro il 2027. Tutto vero. E qualcuno ci ha pure scommesso. Gesù Cristo che torna nel 2027, l’anno del centenario della Roma, quello in cui ci dovrebbero dare lo scudetto di diritto. Forse le due cose sono collegate, pensavo con sarcasmo, prima di ributtarmi nell’analisi del voto. 

Poi, alle tre del pomeriggio — che sembravano tanto las cinco de la tarde a Plaza de Toros — è apparso Mentana, senza più i ricci di un tempo ma con la chioma ormai imbiancata. Primi exit poll. Fiato sospeso. E mo’ che succede? Il NO in vantaggio, e pure con un certo margine. Sono arrivati i primi messaggi di contenuta soddisfazione. Bisognava aspettare ancora, ma già prima delle quattro il risultato era praticamente deciso, anche se lo spoglio delle schede vere era appena iniziato. 

A quel punto ho tirato un sospiro di sollievo e ho cominciato a sperare che questa lunga notte con i fascisti al governo e Ignazio La Russa presidente del Senato col busto di Mussolini nel salone di casa che commemora le Fosse Ardeatine — cosa che sarebbe successa il giorno dopo — forse stesse per finire. 

Anche se poi ho visto quelli di centro‑sinistra, o sinistra‑centro, o fate voi, festeggiare a Piazza del Popolo. E lì, in un attimo di scoramento, mi sono chiesto: “Ma co’ questi, ma ’ndo cazzo annamo?” Ecco, il problema sarà proprio questo. 

Intanto, mi godo questa vittoria. O meglio: mi godo la batosta che hanno preso loro, nella speranza che presto — molto presto — tornino nelle loro naturali dimore. Nelle fogne. Chiaro e tondo. 

Alla prossima.

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